Europa, immigrazione e arte dell’insultare.

“Se durante una discussione un altro dimostra una cognizione di causa più esatta, un amore della verità più rigoroso e un giudizio più sano rispetto a noi, o comunque una superiorità intellettuale che ci mette in ombra, possiamo subito eliminare questa e ogni altra superiorità, nonché la nostra pochezza messa così a nudo e viceversa essere noi superiori, diventando villani: una villania prevale e ha la meglio su ogni argomento, e a meno che il nostro avversario non replichi con una villania ancora maggiore… siamo noi i vincitori”. (Schopenhauer “L’arte di insultare”) Se poi, aggiungiamo noi, non si hanno idee, allora insultare diventa quasi necessario… La citazione suesposta viene messa abbondantemente in pratica dai politici, non solo nostrani, ma a livello europeo e mondiale. In questi giorni ne abbiamo esempi in abbondanza, specie in riferimento ad un problema cruciale come quello dell’immigrazione. Chi insulta per primo o più degli altri ottiene maggior visibilità e di conseguenza, così va il mondo, maggior consenso immediato. E’ più che naturale che in un clima siffatto non si risolvono i problemi, ma li si aggravano. I politici europei, Salvini compreso, si atteggiano a somiglianza di Trump, sfruttando la rabbia e la paura della gente ed indirizzandola contro gli immigrati. Trasformano le preoccupazioni sociali ed economiche in paura, attribuendo la colpa in particolar modo ai migranti, ai rifugiati. Si è creata ad arte la convinzione che immigrazione equivale a delinquenza, che gli immigrati rubano il lavoro ai residenti: nulla di più falso, basta controllare le statistiche e vedere, per quanto concerne l’Italia, i soldi versati all’erario dagli immigrati con lavoro regolare; molti altri, purtroppo, sono spesso sfruttati. Siamo nel 2018 e ricorre il 70° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, eppure la battaglia per i diritti dell’uomo non è stata per nulla vinta, in nessun paese del mondo. Tornando al problema immigrazione, c’è solo da rilevare come i Paesi ricchi continuano ad affrontare la crisi globale dei rifugiati con totale insensibilità, riferendosi a loro, non come esseri umani, ma come a problemi da evitare. Ma perché l’Europa continua ad essere divisa e litigiosa sull’immigrazione? Eppure Paesi che sono membri di un’Unione dovrebbero avere una base, un collante comune, che li aiuti a superare le difficoltà, le rivalità. A dire il vero tale collante esiste: sono i valori sui quali l’UE è stata fondata. Per raggiungere gli obiettivi prefissati, l’UE si è affidata ad una serie di valori caratterizzanti, quali la pace, il rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dello stato di diritto e dei diritti umani. Inoltre gli Stati membri si caratterizzano per la non discriminazione, la tolleranza, la solidarietà, fra loro ed anche con gli Stati esteri. La mancanza di rispetto di tali valori può comportare la sospensione dei diritti di appartenenza all’UE. Tra gli obiettivi da raggiungere citiamo: promuovere il benessere di tutti i suoi popoli – coesione economica, sociale e territoriale tra gli Stati membri – contribuire con il resto del mondo allo sviluppo sostenibile della terra, all’eliminazione della povertà. Abbiamo detto all’inizio che i leader europei si sono permessi ultimamente uscite fuori luogo ed il nostro Ministro degli Interni non è stato da meno, ricordiamo l’incidente diplomatico con la Tunisia, da lui accusata di esportare “galeotti”. Anche le vuote frasi, tipo “la pacchia è finita” nei confronti dei migranti giunti in Italia, servono solo per il consenso, ma aiutano la discordia. Bene hanno fatto i braccianti di Gioia Tauro a rispondere che la pacchia per loro non è mai iniziata, anzi che la loro vita è un inferno. In effetti alcuni nostri connazionali non hanno scrupoli nello sfruttare indegnamente chi fugge da fame e guerre. Come può il nostro Governo strizzare l’occhio ai vari Orban ed ai Paesi di Visegrad, la cui politica migratoria si basa sul respingimento? Le uscite di Salvini, accompagnate alla decisione di chiudere i porti alle navi ONG, hanno comunque avuto il merito di costringere l’UE a riprendere immediatamente in considerazione il problema immigrati, richiamando i Paesi dell’Unione alle loro responsabilità. Incontri ne sono scaturiti, risultati comuni tangibili per ora pochi. Ognuno cerca solo il proprio interesse, scaricando l’inefficienza sugli altri (gli attacchi di Macron all’Italia sono un chiaro esempio).” La maggior parte dei leader europei è riluttante ad affrontare la grande sfida di disciplinare la migrazione in modo sicuro e legale e ha deciso che, in pratica, niente è vietato nell’intento di tenere i rifugiati lontani dalle coste del continente. Le conseguenze inevitabili di questo approccio sono evidenti negli scioccanti abusi subiti dai rifugiati in Libia, con la piena consapevolezza dei leader europei” (Amnesty International). Il nostro Governo vuole la costituzione di “hotspot” in Nord Africa, Parigi vuole che restino in Sicilia, Malta, dal canto suo, vieta l’attracco delle navi nei suoi porti, i Paesi di Visegrad non partecipano agli incontri comuni: questa purtroppo è la situazione. E’ possibile uscire da tale abnorme situazione? Considerato che gli errori li commettono gli uomini, gli stessi uomini hanno certo la possibilità ed il dovere di eliminarli, visto che sono capaci di bellissime enunciazioni di principio. Perché allora non abbandonare la politica inutile ed antiumana dei respingimenti? non pensare che i migranti possono diventare un’utile risorsa? non istituire corridoi umanitari organizzati? non rivedere in maniera intelligente gli accordi di Dublino? non portare l’aiuto alle popolazioni  in difficoltà “a casa loro”? Aiutare “a casa loro” deve significare portare ai paesi in difficoltà aiuti economici, tecnici, culturali, significa spegnere i focolai di guerra esistenti, anzi eliminare le guerre. Purtroppo accade il contrario. Mentre prima i Paesi coloniali si spartivano i territori in aree di influenza, ora si va alla caccia di ogni tipo di risorse e beni del sottosuolo, ovunque essi siano. E l’effetto è che l’Africa si impoverisce sempre di più. Poi non chiediamoci perché il fenomeno migratorio è inarrestabile (padre Giulio Albanese). Per ora l’UE dà l’impressione di un’Unione di facciata, basata più che altro su alcune convenienze economiche, i valori fondanti sono ben lontani.

Un accenno a parte merita anche l’idea del Ministro degli Interni di effettuare una schedatura, o meglio censimento, come è stato definito, delle persone di etnia rom, per poi espellere chi non è cittadini italiano. Secondo il ministro Salvini dunque i rom non italiani dovrebbero essere espulsi in quanto rom, non perché abbiano commesso qualche preciso reato. Però, se ben letta e capita, la Costituzione vieta ogni discriminazione basata su razza o etnia; anche la sola schedatura dei rom, in quanto tali, sarebbe una violazione della nostra Carta costituzionale. Gli stessi concetti sono espressi nella Dichiarazione universale dei diritti umani e nella Carta dei diritti fondamentali dell’UE. Fortunatamente pensiamo che la proposta salviniana sia solamente propaganda, propaganda terribile, ma , per ora, nulla di più.

 

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Crisi costituzionale

Riprendiamo questo blog dopo circa tre mesi di silenzio, periodo di tempo lasciato ad una campagna elettorale contrassegnata da toni aspri, da attacchi personali fuori dalle regole, da promesse mirabolanti ed incaute e da grande superficialità. Abbiamo atteso anche l’avvio del governo sorretto dai due partiti vincenti alle elezioni del 4 marzo u.s. che hanno scosso il nostro panorama politico, prima di parlare e di esaminare il “contratto del cambiamento”. Le difficoltà che nel frattempo sono arrivate sono figlie, vuoi della sopracitata campagna elettorale, vuoi della frattura fra una parte dell’elettorato e gli assetti politici ed istituzionali tradizionali. Siamo ormai nel bel mezzo di una crisi istituzionale grave, che probabilmente non ha precedenti nella nostra storia repubblicana. Se siamo arrivati a questo punto, lo dobbiamo  anche ad una serie di scelte errate, operate ultimamente da alcuni partiti. Ad esempio il PD, tirandosi fuori dai giochi, ha praticamente sancito l’abbraccio M5S e Lega, così posizioni “sovraniste” accreditate alle urne del 17% hanno fatto un evidente balzo in avanti. Dal canto suo Berlusconi, pur di evitare il voto, ha consentito alla Lega l’alleanza di governo con il M5S. Alcuni dei principali esponenti dei partiti che esprimono la maggioranza uscita dalle urne hanno addirittura chiesto poi la messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica. A nostro avviso, il presidente Mattarella ha agito nel pieno rispetto del dettato costituzionale ed esasperare gli animi chiedendone l’impeachment è un atto irresponsabile. L’art. 92 della nostra Costituzione è chiaro: i ministri li nomina il Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio. Uno propone e l’altro, se d’accordo, firma la nomina. Se si voleva modificare la Costituzione, bisognava quantomeno dichiararlo e soprattutto agire per tempo nella passata legislatura. Il presidente Mattarella non ha affatto ostacolato la nascita del nuovo governo, ha accettato tutte le proposte presentate, salvo quella relativa al ministro dell’economia, che avrebbe, secondo il suo giudizio legittimo, portato l’Italia ad uno scontro dannoso con l’Europa, paventando l’uscita dall’euro, il tutto con gravi danni economici e di isolamento per il nostro Paese, già oberato da un debito pubblico enorme. Dal canto suo il prof. Savona non ha mai modificato le sue idee “per una poltrona” come lui stesso ha detto e per questo merita tutto il nostro rispetto. E’ lecito pensare che, se Mattarella si fosse piegato a quello che ha definito “diktat”, sarebbe cessata la Presidenza della Repubblica, così come concepita dalla Costituzione. Il Presidente ha invece tutelato la dignità della sua persona e quella dell’istituzione che rappresenta. Se fosse passato il “diktat” nessun Presidente avrebbe più potuto esercitare le sue funzioni di garante. Di fronte a questi fatti perché non pensare allora alla volontà di uno dei due partner del futuro governo di arrivare ad una rottura, per tornare subito alle urne nella speranza di accrescere di molto i consensi? La crisi costituzionale di questi giorni riguarda, come dice Luigi La Spina su La Stampa, “la concezione stessa della democrazia. Se la sovranità del popolo debba essere regolata da un equilibrio di poteri che garantisca i diritti e gli interessi di tutti i cittadini. Oppure, se la maggioranza dei rappresentanti in Parlamento, anche se non si sono presentati in una coalizione unita davanti agli elettori, possa imporre a un Presidente della Repubblica, a cui la Costituzione affida la responsabilità di nominare i ministri del governo, tutte le scelte compiute non dal presidente del Consiglio incaricato, ma dai capipartito che l’hanno nominato “esecutore” dei loro voleri… Quello che è non solo inaccettabile, ma molto pericoloso per la tenuta della convivenza civile nel nostro Paese, per la sicurezza dei cittadini, per la tutela dei loro interessi, per la possibilità che le loro scelte future siano sottoposte alla ragione e non alla suggestione di promesse impossibili o alle trappole di assurde falsità, è l’eccitazione alla violenza verbale, l’invito a manifestazioni in piazza contro il Quirinale”. Falsità ne sono state dette in campagna elettorale ed oltre, ad esempio sulla “irrilevanza” del nostro debito pubblico. E’ inutile parlare di complotto dei “poteri forti”, di diktat dell’asse franco-tedesco o delle agenzie di rating. Il debito enorme ci sta sottraendo soldi ed ipotecando il futuro. L’allarme lanciato da molti economisti fatica ad arrivare ai più. Dobbiamo però ricordare che ogni italiano porta su di sé 37 mila euro di debito, neonati compresi. Citiamo quanto scritto da Marco Zatterin: “la politica che foraggia “la grande menzogna” del debito trascurabile magari farà proseliti, ma non alleggerirà la mostruosa eredità che stiamo lasciando ai nostri figli”. Il presidente Mattarella ha incaricato ora Cottarelli per arrivare ad un governo, anche se si sentono ancora rumors diversi. Ci auguriamo che tutti abbiano senso di responsabilità, per evitare elezioni a luglio e dare il tempo ad un governo di attuare gli interventi legislativi indispensabili ad evitare ulteriori difficoltà al Paese.

 

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Italia più razzista?

L’attuale campagna elettorale appare vuota di contenuti e di programmi seri, ma abbastanza carica di toni violenti. Già da diverso tempo alcune parti politiche, seppur non apertamente, fomentano la violenza. Si ricorre all’incitamento alla violenza, ma anche alla sua esecuzione, come abbiamo visto a Macerata (Rufini). Un recente rapporto di Amnesty International lo sottolinea chiaramente: ” l’Italia sembra concentrare più di altri Paesi europei le tendenze a odio, razzismo e xenofobia”. Il nostro Paese considerava l’accoglienza un valore importante, mentre oggi “è intriso di paura ingiustificata dell’altro”. C’è una parte di Paese che si ritiene “bella, pura, italiana, mentre il resto non merita di condividere il territorio” denuncia Rufini, che continua: ” questo fatto sta rendendo il clima impossibile in Italia, uccidendo ogni possibilità di confronto”. Possono sembrare affermazioni esagerate, ma certo la strada intrapresa da molti è quella. E’ opportuno allora parlare più di vera politica, tralasciando accenni razzisti e violenti, che hanno l’unico scopo di accaparrarsi qualche voto in più.

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Bolle di sapone

Siamo ormai pienamente entrati nella campagna elettorale e la fantasia dei nostri politici si scatena, stanno propinando agli elettori delle coloratissime bolle di sapone, pronte a scoppiare non appena toccano la realtà. I nodi da sciogliere sono sempre gli stessi: crisi economica, disoccupazione, giustizia, criminalità organizzata, sanità, ambiente, scuola, diritti civili, le ricette sono le più disparate e spesso non “ci azzeccano affatto”. Programmi organizzati non sono ancora comparsi, i partiti si affidano più che altro a specchietti per le allodole. Nei giorni scorsi l’imperativo era “abolire, diminuire”, ovviamente riferito alle tasse. Quanto poi a trovare i mezzi per la realizzazione pratica delle proposte è tutt’altra cosa. Tutti i big parlano di partiti “legati al territorio”, poi le liste vengono costruite da chi ha il potere ed il territorio viene dimenticato. Le uniche cose concrete al momento sono i sondaggi ed i calcoli per ottenere più voti e poltrone. Proponiamo alcuni punti concreti: Lotta all’evasione fiscale – è il cilindro magico che dovrebbe servire per realizzare tutti i sogni. Ultimamente sembra che, tra rottamazione cartelle ed altro, si siano rastrellati circa 20 miliardi. Una buona cosa, però la cifra elusa è molto più elevata, dai 120 miliardi in su.   Lentezza nei pagamenti da parte della Pubblica Amministrazione –  vengono spesso citati i dati sull’occupazione, interpretati poi da ciascuno a modo suo, però poco si parla del fatto che lo Stato è un cattivo pagatore. Si calcola che il debito commerciale della P.A. nei confronti dei fornitori privati ammonti a circa 60 miliardi. La direttiva europea del 2013 impone di pagare entro 30/60 giorni, mediamente l’Italia paga in circa 165 giorni le imprese che forniscono beni e servizi e in 210 giorni i lavori pubblici. Ciò provoca come conseguenza una lievitazione dei costi e la chiusura di molte imprese. Purtroppo qualche imprenditore si è anche suicidato. Violazioni delle norme UE –  molte sono state in questi anni le procedure di infrazione comminate dall’UE nei confronti dell’Italia per chiare inadempienze delle normative. Il fatto è che tali procedimenti si risolvono in multe che costano alle tasche dei cittadini milioni di euro inutilmente buttati. Edifici scolastici a rischio ed abbandono scolastico – sono ancora molti gli edifici scolastici non a norma, se ne parla da anni, ma si procede lentamente. Prima di pensare a grandi opere, spesso inutili, cominciamo da qui. L’abbandono scolastico è ancora elevato, anche se risulta difficile avere cifre esatte al riguardo. La scuola potrebbe offrire una valida alternativa alla delinquenza minorile. Riforma della burocrazia – se ne parla, ma si agisce poco, troppo forte è la resistenza dei burocrati e troppo debole la volontà dei politici. Si tratta invece di una riforma basilare per far progredire il nostro Paese. Cura dell’ambiente e prevenzione – volenti o nolenti, la natura ci obbliga a parlare di ambiente, per il quale resta ancora molto da fare. L’attuale propaganda elettorale sembra essersene scordata. Si tratta di un aspetto che, se trascurato, incide negativamente, non solo sull’economia, ma soprattutto sulle nostre vite. A fronte di quanto esposto appare chiaro che è più facile ed accattivante parlare di “ridurre le tasse”…

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Bilancio di fine anno

Fine anno è tempo di bilanci e a tener banco è quello sulla ripresa economica. Stiamo finalmente uscendo dalla crisi o no? E’ aumentato il lavoro e diminuita la povertà? Chi governa annuncia con una certa enfasi i 900 mila nuovi posti di lavoro dal 2014 (la maggior parte però a tempo determinato), l’opposizione vede ancora troppa difficoltà. Ci aiuta in questo esame un interessante articolo di Linda Laura Sabbadini. A fronte dell’aumento dei posti di lavoro, la povertà assoluta ha raggiunto il massimo livello. Come mai? Analogo fenomeno, però al contrario, è capitato all’inizio della crisi: l’occupazione è crollata negli anni 2008/09, ma la povertà assoluta non è aumentata fino al 2012. Perché?  Anzitutto, dice l’articolista, bisogna valutare quale occupazione cresce o diminuisce, poi occorre tenere conto di due ammortizzatori sociali funzionanti all’inizio della crisi: la cassa integrazione, che ha dato protezione ai capifamiglia e la famiglia, che ha protetto i giovani. Quando le famiglie, per resistere alla crisi, hanno dato fondo ai loro risparmi, la povertà è cresciuta. Oggigiorno l’occupazione, specie a tempo indeterminato, riguarda in particolar modo i non giovani e non sta avvenendo tra le donne, particolarmente al Mezzogiorno. Ecco allora che, per rimediare, occorrono investimenti nel campo della ricerca, che rappresenta un volano per il lavoro giovanile e poi assunzione nel campo della sanità, carente di personale e con quello esistente ormai “vecchio”, in quello della pubblica Amministrazione, dell’istruzione. Non bastano alcuni incentivi fiscali. Bisogna dare spazio alle professioni emergenti, all’occupazione qualificata e valorizzare il patrimonio turistico ed artistico del Paese. Esiste ancora troppa povertà. Secondo Sabbadini: “diritto al lavoro e diritto a non essere poveri possono e devono ricongiungersi. Serietà, competenza, creatività nelle strategie, abbandono di ogni tentazione demagogica, di questo ha bisogno il Paese”.

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Globalizzazione e ingiustizia

E’ da poco stata pubblicata la lista degli uomini più ricchi del pianeta ed abbiamo letto cifre da capogiro. L’uomo considerato più ricco, Jeff Bezos, possiede un patrimonio di oltre 99 miliardi di dollari e nell’anno trascorso ha guadagnato circa 34 miliardi. Si calcola che i più ricchi aumentano la loro sostanza del 23% in un anno. Il rapporto con la maggior parte dei lavoratori è impietoso, non possiamo poi pensare ai milioni di poveri, perché ci assalirebbe un senso di dolore, di vergogna, di impotenza. Dove sei giustizia?

Nel suo discorso natalizio il Papa ha ribadito chiaro e tondo che l’attuale sistema di vita va cambiato: il capitalismo, ormai si tratta di capitalismo esasperato, che governa il mondo, amplia oltre il lecito le ingiustizie. La globalizzazione, che tempo fa si pensava potesse ridurre le distanze economiche, è stata una delusione cocente. Si è delocalizzata l’industria, non per favorire i nuovi Paesi, ma per avere mano d’opera a buon mercato e ciò non ha portato ricchezza, impoverendo nel contempo le classi produttive nei Paesi di tradizione industriale. I salari imposti dalle grandi multinazionali nei nuovi Paesi sono stati bassissimi, mentre sono aumentati i prezzi al consumo, con il risultato che moltissime famiglie si sono indebitate pesantemente. La globalizzazione senza regole ha arricchito solo le multinazionali, impoverito le classi medie ed i lavoratori dei Paesi occidentali e relegato, come detto, ai margini i lavoratori di quelli che vengono chiamati Paesi emergenti. Così il divario tra poveri e ricchi si è ulteriormente dilatato, tanto che 8 uomini della citata lista dei ricchi posseggono 426 miliardi di dollari, la stessa ricchezza posseduta dalla metà più povera del pianeta, vale a dire 3,6 miliardi di persone.

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Il biotestamento è legge

Dopo tanto tempo e non senza fatica il Parlamento italiano ha dato via libera alla legge sul biotestamento (180 favorevoli, 71 contrari e 6 astenuti). Così si è espresso un politico:  “Si è fatto un passo in avanti nella direzione della libertà e della consapevolezza dei diritti del malato”. Il tutto grazie alla pressione popolare originata da alcuni casi emblematici: Welby, Englaro, dj Fabo. Le obiezioni non sono certo mancate. Quagliariello parla di “via italiana all’eutanasia” – l’ufficio CEI per la salute giudica “fragile” il testo di legge e prevede conflitti interpretativi – l’Associazione medici cattolici italiani sembra auspicare il ricorso all’obiezione di coscienza da parte dei medici stessi, al contrario i medici cattolici di Milano salutano con favore le nuove norme. Ma reggono tali obiezioni? Crediamo di no. In primo luogo le Dat non equivalgono affatto all’eutanasia, che consiste nel porre fine alla vita di un paziente consenziente. In Italia l’eutanasia resta un reato. Nemmeno si può parlare di “suicidio assistito”, laddove il paziente stesso, assistito dai medici, si dà la morte tramite l’assunzione di un medicinale letale. Anche il suicidio assistito rimane illegale. Molti trascurano un aspetto importante della nuova legge, cioè la conoscenza ed il consenso informato. Ogni persona avrà il diritto di conoscere le proprie condizioni di salute e di essere informata, in modo completo ed a lei comprensibile, circa diagnosi, prognosi, benefici e rischi dei trattamenti sanitari. Il paziente poi ha il diritto di rifiutare, in tutto od in parte, i trattamenti sanitari. Ogni trattamento deve avere il consenso libero e informato dell’interessato. Ci sembra che tutto ciò rientri nella sfera della civiltà. Il medico è tenuto a rispettare la volontà del paziente, senza responsabilità civili e penali, però il paziente non può esigere trattamenti contrari alla legge, alla deontologia professionale. Un medico può fare obiezione di coscienza, ma la struttura sanitaria deve in ogni caso attuare la volontà del paziente. Per quanto concerne le nutrizioni ed idratazioni  artificiali l’art. 1 della legge li considera trattamenti terapeutici a tutti gli effetti. Possono quindi essere rifiutati dal paziente, come qualsiasi accertamento diagnostico.

Che cosa sono le Dat (disposizioni anticipate di trattamento)? Sono le volontà in materia di trattamenti sanitari che ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere può manifestare in previsione di una futura impossibilità di esprimersi. Esse sono vincolanti per il medico, a meno che appaiano manifestamente inappropriate o non corrispondenti alla condizione clinica attuale del paziente, oppure qualora sussistano terapie non prevedibili o non conosciute dal paziente all’atto della sottoscrizione delle sue volontà. Come già anticipato siamo ben lontani dal suicidio assistito o dall’eutanasia, si tratta invece di informazione dovuta al paziente e di rifiuto di un accanimento terapeutico. Come ultima considerazione vogliamo citare le parole di papa Francesco: “Oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona”.

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Disastri ambientali: ci risiamo…

Ci risiamo, o meglio, si continua con le ferite inferte alla natura e dalla natura, spesso provocata, restituite all’uomo. Non c’è stagione immune: frane, smottamenti, allagamenti, alluvioni, terremoti, ecc. sono ormai tristi compagni di ogni stagione. Se certi fenomeni non si possono prevedere ed arginare, altri sono indubbiamente da addebitarsi all’egoismo ed all’imprevidenza e stupidità dell’uomo. Non parliamo oggi essenzialmente di prevenzione, anche se essa rimane l’aspetto più importante nella lotta agli eventi naturali catastrofici, soffermiamoci invece sugli sprechi e le esasperate lentezze burocratiche, sempre in campo ambientale. E’ appena uscito il “Rapporto sulla qualità dell’ambiente urbano” redatto dall’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale), che analizza il suolo ed il territorio di 119 città italiane. Dal dossier si evince che dal 1999 al 2016 sono stati stanziati 1,5 miliardi di euro per realizzare 384 interventi urgenti nel territorio delle città sopra citate, ma di tale somma, circa la metà non è stata utilizzata, cause: troppa burocrazia, contenziosi legali, fallimenti delle ditte, mancati collaudi. Alcuni interventi di piccola entità restano fermi perché sforano il patto di stabilità e quindi non possono essere pagati dai Comuni. In parecchi casi poi l’iter procedurale degli appalti e della fase di progettazione blocca tutto. Emblematico il caso dell’Emilia Romagna: la Regione nel 2014 aveva finanziato 100 milioni di euro per lavori tesi al rinforzo degli argini del fiume Secchia, dopo 3 anni ne sono stai spesi solo 30 e quel territorio, come sappiamo, è appena stato allagato. Tutto ciò ha come risultato evidente l’incuria e quindi eventi tragici. A proposito di incuria, ricordiamo che il Nord Italia sta franando. Un volume del CNR ha raccolto e classificato i disastri naturali dal 2005 al 2016 nelle Regioni settentrionali italiane. Sono stati censiti 2125 eventi, alcuni di modesta entità, altri devastanti, in pratica uno ogni due giorni. Si è scoperto così che spesso tali eventi avrebbero potuto non comportare danni, se l’uomo non ci avesse messo del suo, costruendo ferrovie a ridosso della montagna, ponti bassi e stretti, case e capannoni accanto ai corsi d’acqua, ecc. Il risultato è che negli ultimi 10 anni ci sono state 85 vittime. Inoltre, mancando un piano di mitigazione del rischio, si finisce sempre per rincorrere l’emergenza, con un costo 7 volte maggiore rispetto alla azioni di prevenzione. Tra l’altro, le legge che dovrebbe arginare il consumo del suolo, giace da 3 anni in Parlamento. Anche questa è incuria.

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Triste realtà di alcuni dati ISTAT

In queste ultime settimane alcuni dati forniti dall’ISTAT hanno portato un po’ di sereno nel grigio cielo della nostra economia nazionale: la crisi sembra che stia allentando la sua morsa, i posti di lavoro aumentano, almeno quelli a tempo determinato. Non facciamo però in tempo a tranquillizzarci un poco che altri dati giungono beffardi. Nei giorni scorsi un rapporto ISTAT riguardante il 2016 ci dice che  un residente su tre in Italia è a rischio povertà ed esclusione sociale, con un peggioramento rispetto all’anno precedente. Si registra nel contempo una crescita del reddito disponibile per le famiglie, associato però ad un aumento della disuguaglianza economica. In altre parole, la ricchezza aumenta per chi ha già disponibilità economica e non per gli altri.

Quello che non viene pubblicizzato riguarda i cosiddetti lavori “low cost”, che interessano migliaia di persone, mestieri faticosi e pagati malissimo. Sono i settori con retribuzione media annua più bassa, censiti a novembre dall’INPS, un mondo con poche regole e pochissime tutele. Settori in cui non esiste un salario minimo stabilito per legge, ma solo la contrattazione collettiva, spesso aggirata. Si stima che almeno il 12% di tali lavoratori sono sottopagati rispetto ai minimi orari di settore. Si tratta in genere di operai agricoli (ricordiamo in questo settore anche il triste fenomeno del caporalato), di autisti, di lavapiatti nei ristoranti, di camerieri di catering, di fattorini, di postini privati, di badanti, di addetti alle pulizie, di facchini-magazzinieri. La paga va da 4 a 6,50 euro l’ora, nella realtà spesso di meno. Chissà se i nostri politici leggono tutti i rapporti ISTAT ed INPS e non solo quelli che fanno comodo?

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L’etica in banca: sicurezza e guadagno

In Italia il discorso sulle banche è sempre aperto e d’attualità e non certo per motivi di soddisfazione collettiva. Purtroppo alcune banche, oltre ad essere state concause della crisi economica che stiamo vivendo, sono divenute porto sicuro per capitali riciclati, partecipano direttamente od indirettamente ad operazioni azzardate ed hanno messo sul lastrico numerosi risparmiatori, che a loro si sono affidati. Spesso e volentieri la compravendita di titoli, opzioni e derivati prevale sull’attività normale di un istituto di credito, si operano di conseguenza tagli dei crediti ad imprese, famiglie ed ai giovani che vorrebbero iniziare delle attività. Nei mesi scorsi in Italia ha fatto discutere il decreto “salva banche”, con circa 20 miliardi di euro messi a disposizione dallo Stato (e pagati dai cittadini), per evitare crolli e fallimenti e per cercare un qualche risarcimento ai risparmiatori che hanno perso il loro denaro, mal consigliati e mal diretti dagli istituti di credito. In questo periodo opera la Commissione parlamentare sulle banche, non sappiamo finora con quali esiti, speriamo che si possa conoscere qualcosa di utile ed importante prima della tornata elettorale, che manderebbe tutti a casa. Sappiamo che, senza regole chiare ed un auspicato connubio tra etica ed economia, il mercato non può funzionare correttamente ed efficacemente. Occorre un codice etico ed a proposito di etica nel campo bancario, è uscito in questi giorni il primo Rapporto europeo sulla finanza etica e sostenibile in Europa. Le banche etiche sono un settore che vale 715 miliardi di euro, hanno retto meglio alla crisi che ha investito il settore del credito e concedono il doppio di prestiti, a parità di attivo, rispetto alle banche sistemiche, inoltre hanno attenzione all’ambiente e ad un futuro sostenibile. Un settore a lungo snobbato ora sta producendo buoni frutti. Nel 2016 le banche etiche hanno concesso crediti per circa 29 miliardi di euro a decine di migliaia di progetti per l’inclusione sociale, la tutela dell’ambiente, la cultura. Gli investimenti fatti inoltre si basano su criteri di sostenibilità, quindi niente titoli di aziende che producono armi, che prosperano sul gioco d’azzardo, che estraggono petrolio o carbone. Ad oggi le banche etiche si sono confermate le più solide, infatti negli ultimi 10 anni i loro rendimenti sono stati costanti. Come si vede, etica ed economia possono e debbono andare a braccetto.

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