Bolle di sapone

Siamo ormai pienamente entrati nella campagna elettorale e la fantasia dei nostri politici si scatena, stanno propinando agli elettori delle coloratissime bolle di sapone, pronte a scoppiare non appena toccano la realtà. I nodi da sciogliere sono sempre gli stessi: crisi economica, disoccupazione, giustizia, criminalità organizzata, sanità, ambiente, scuola, diritti civili, le ricette sono le più disparate e spesso non “ci azzeccano affatto”. Programmi organizzati non sono ancora comparsi, i partiti si affidano più che altro a specchietti per le allodole. Nei giorni scorsi l’imperativo era “abolire, diminuire”, ovviamente riferito alle tasse. Quanto poi a trovare i mezzi per la realizzazione pratica delle proposte è tutt’altra cosa. Tutti i big parlano di partiti “legati al territorio”, poi le liste vengono costruite da chi ha il potere ed il territorio viene dimenticato. Le uniche cose concrete al momento sono i sondaggi ed i calcoli per ottenere più voti e poltrone. Proponiamo alcuni punti concreti: Lotta all’evasione fiscale – è il cilindro magico che dovrebbe servire per realizzare tutti i sogni. Ultimamente sembra che, tra rottamazione cartelle ed altro, si siano rastrellati circa 20 miliardi. Una buona cosa, però la cifra elusa è molto più elevata, dai 120 miliardi in su.   Lentezza nei pagamenti da parte della Pubblica Amministrazione –  vengono spesso citati i dati sull’occupazione, interpretati poi da ciascuno a modo suo, però poco si parla del fatto che lo Stato è un cattivo pagatore. Si calcola che il debito commerciale della P.A. nei confronti dei fornitori privati ammonti a circa 60 miliardi. La direttiva europea del 2013 impone di pagare entro 30/60 giorni, mediamente l’Italia paga in circa 165 giorni le imprese che forniscono beni e servizi e in 210 giorni i lavori pubblici. Ciò provoca come conseguenza una lievitazione dei costi e la chiusura di molte imprese. Purtroppo qualche imprenditore si è anche suicidato. Violazioni delle norme UE –  molte sono state in questi anni le procedure di infrazione comminate dall’UE nei confronti dell’Italia per chiare inadempienze delle normative. Il fatto è che tali procedimenti si risolvono in multe che costano alle tasche dei cittadini milioni di euro inutilmente buttati. Edifici scolastici a rischio ed abbandono scolastico – sono ancora molti gli edifici scolastici non a norma, se ne parla da anni, ma si procede lentamente. Prima di pensare a grandi opere, spesso inutili, cominciamo da qui. L’abbandono scolastico è ancora elevato, anche se risulta difficile avere cifre esatte al riguardo. La scuola potrebbe offrire una valida alternativa alla delinquenza minorile. Riforma della burocrazia – se ne parla, ma si agisce poco, troppo forte è la resistenza dei burocrati e troppo debole la volontà dei politici. Si tratta invece di una riforma basilare per far progredire il nostro Paese. Cura dell’ambiente e prevenzione – volenti o nolenti, la natura ci obbliga a parlare di ambiente, per il quale resta ancora molto da fare. L’attuale propaganda elettorale sembra essersene scordata. Si tratta di un aspetto che, se trascurato, incide negativamente, non solo sull’economia, ma soprattutto sulle nostre vite. A fronte di quanto esposto appare chiaro che è più facile ed accattivante parlare di “ridurre le tasse”…

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Bilancio di fine anno

Fine anno è tempo di bilanci e a tener banco è quello sulla ripresa economica. Stiamo finalmente uscendo dalla crisi o no? E’ aumentato il lavoro e diminuita la povertà? Chi governa annuncia con una certa enfasi i 900 mila nuovi posti di lavoro dal 2014 (la maggior parte però a tempo determinato), l’opposizione vede ancora troppa difficoltà. Ci aiuta in questo esame un interessante articolo di Linda Laura Sabbadini. A fronte dell’aumento dei posti di lavoro, la povertà assoluta ha raggiunto il massimo livello. Come mai? Analogo fenomeno, però al contrario, è capitato all’inizio della crisi: l’occupazione è crollata negli anni 2008/09, ma la povertà assoluta non è aumentata fino al 2012. Perché?  Anzitutto, dice l’articolista, bisogna valutare quale occupazione cresce o diminuisce, poi occorre tenere conto di due ammortizzatori sociali funzionanti all’inizio della crisi: la cassa integrazione, che ha dato protezione ai capifamiglia e la famiglia, che ha protetto i giovani. Quando le famiglie, per resistere alla crisi, hanno dato fondo ai loro risparmi, la povertà è cresciuta. Oggigiorno l’occupazione, specie a tempo indeterminato, riguarda in particolar modo i non giovani e non sta avvenendo tra le donne, particolarmente al Mezzogiorno. Ecco allora che, per rimediare, occorrono investimenti nel campo della ricerca, che rappresenta un volano per il lavoro giovanile e poi assunzione nel campo della sanità, carente di personale e con quello esistente ormai “vecchio”, in quello della pubblica Amministrazione, dell’istruzione. Non bastano alcuni incentivi fiscali. Bisogna dare spazio alle professioni emergenti, all’occupazione qualificata e valorizzare il patrimonio turistico ed artistico del Paese. Esiste ancora troppa povertà. Secondo Sabbadini: “diritto al lavoro e diritto a non essere poveri possono e devono ricongiungersi. Serietà, competenza, creatività nelle strategie, abbandono di ogni tentazione demagogica, di questo ha bisogno il Paese”.

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Globalizzazione e ingiustizia

E’ da poco stata pubblicata la lista degli uomini più ricchi del pianeta ed abbiamo letto cifre da capogiro. L’uomo considerato più ricco, Jeff Bezos, possiede un patrimonio di oltre 99 miliardi di dollari e nell’anno trascorso ha guadagnato circa 34 miliardi. Si calcola che i più ricchi aumentano la loro sostanza del 23% in un anno. Il rapporto con la maggior parte dei lavoratori è impietoso, non possiamo poi pensare ai milioni di poveri, perché ci assalirebbe un senso di dolore, di vergogna, di impotenza. Dove sei giustizia?

Nel suo discorso natalizio il Papa ha ribadito chiaro e tondo che l’attuale sistema di vita va cambiato: il capitalismo, ormai si tratta di capitalismo esasperato, che governa il mondo, amplia oltre il lecito le ingiustizie. La globalizzazione, che tempo fa si pensava potesse ridurre le distanze economiche, è stata una delusione cocente. Si è delocalizzata l’industria, non per favorire i nuovi Paesi, ma per avere mano d’opera a buon mercato e ciò non ha portato ricchezza, impoverendo nel contempo le classi produttive nei Paesi di tradizione industriale. I salari imposti dalle grandi multinazionali nei nuovi Paesi sono stati bassissimi, mentre sono aumentati i prezzi al consumo, con il risultato che moltissime famiglie si sono indebitate pesantemente. La globalizzazione senza regole ha arricchito solo le multinazionali, impoverito le classi medie ed i lavoratori dei Paesi occidentali e relegato, come detto, ai margini i lavoratori di quelli che vengono chiamati Paesi emergenti. Così il divario tra poveri e ricchi si è ulteriormente dilatato, tanto che 8 uomini della citata lista dei ricchi posseggono 426 miliardi di dollari, la stessa ricchezza posseduta dalla metà più povera del pianeta, vale a dire 3,6 miliardi di persone.

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Il biotestamento è legge

Dopo tanto tempo e non senza fatica il Parlamento italiano ha dato via libera alla legge sul biotestamento (180 favorevoli, 71 contrari e 6 astenuti). Così si è espresso un politico:  “Si è fatto un passo in avanti nella direzione della libertà e della consapevolezza dei diritti del malato”. Il tutto grazie alla pressione popolare originata da alcuni casi emblematici: Welby, Englaro, dj Fabo. Le obiezioni non sono certo mancate. Quagliariello parla di “via italiana all’eutanasia” – l’ufficio CEI per la salute giudica “fragile” il testo di legge e prevede conflitti interpretativi – l’Associazione medici cattolici italiani sembra auspicare il ricorso all’obiezione di coscienza da parte dei medici stessi, al contrario i medici cattolici di Milano salutano con favore le nuove norme. Ma reggono tali obiezioni? Crediamo di no. In primo luogo le Dat non equivalgono affatto all’eutanasia, che consiste nel porre fine alla vita di un paziente consenziente. In Italia l’eutanasia resta un reato. Nemmeno si può parlare di “suicidio assistito”, laddove il paziente stesso, assistito dai medici, si dà la morte tramite l’assunzione di un medicinale letale. Anche il suicidio assistito rimane illegale. Molti trascurano un aspetto importante della nuova legge, cioè la conoscenza ed il consenso informato. Ogni persona avrà il diritto di conoscere le proprie condizioni di salute e di essere informata, in modo completo ed a lei comprensibile, circa diagnosi, prognosi, benefici e rischi dei trattamenti sanitari. Il paziente poi ha il diritto di rifiutare, in tutto od in parte, i trattamenti sanitari. Ogni trattamento deve avere il consenso libero e informato dell’interessato. Ci sembra che tutto ciò rientri nella sfera della civiltà. Il medico è tenuto a rispettare la volontà del paziente, senza responsabilità civili e penali, però il paziente non può esigere trattamenti contrari alla legge, alla deontologia professionale. Un medico può fare obiezione di coscienza, ma la struttura sanitaria deve in ogni caso attuare la volontà del paziente. Per quanto concerne le nutrizioni ed idratazioni  artificiali l’art. 1 della legge li considera trattamenti terapeutici a tutti gli effetti. Possono quindi essere rifiutati dal paziente, come qualsiasi accertamento diagnostico.

Che cosa sono le Dat (disposizioni anticipate di trattamento)? Sono le volontà in materia di trattamenti sanitari che ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere può manifestare in previsione di una futura impossibilità di esprimersi. Esse sono vincolanti per il medico, a meno che appaiano manifestamente inappropriate o non corrispondenti alla condizione clinica attuale del paziente, oppure qualora sussistano terapie non prevedibili o non conosciute dal paziente all’atto della sottoscrizione delle sue volontà. Come già anticipato siamo ben lontani dal suicidio assistito o dall’eutanasia, si tratta invece di informazione dovuta al paziente e di rifiuto di un accanimento terapeutico. Come ultima considerazione vogliamo citare le parole di papa Francesco: “Oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona”.

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Disastri ambientali: ci risiamo…

Ci risiamo, o meglio, si continua con le ferite inferte alla natura e dalla natura, spesso provocata, restituite all’uomo. Non c’è stagione immune: frane, smottamenti, allagamenti, alluvioni, terremoti, ecc. sono ormai tristi compagni di ogni stagione. Se certi fenomeni non si possono prevedere ed arginare, altri sono indubbiamente da addebitarsi all’egoismo ed all’imprevidenza e stupidità dell’uomo. Non parliamo oggi essenzialmente di prevenzione, anche se essa rimane l’aspetto più importante nella lotta agli eventi naturali catastrofici, soffermiamoci invece sugli sprechi e le esasperate lentezze burocratiche, sempre in campo ambientale. E’ appena uscito il “Rapporto sulla qualità dell’ambiente urbano” redatto dall’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale), che analizza il suolo ed il territorio di 119 città italiane. Dal dossier si evince che dal 1999 al 2016 sono stati stanziati 1,5 miliardi di euro per realizzare 384 interventi urgenti nel territorio delle città sopra citate, ma di tale somma, circa la metà non è stata utilizzata, cause: troppa burocrazia, contenziosi legali, fallimenti delle ditte, mancati collaudi. Alcuni interventi di piccola entità restano fermi perché sforano il patto di stabilità e quindi non possono essere pagati dai Comuni. In parecchi casi poi l’iter procedurale degli appalti e della fase di progettazione blocca tutto. Emblematico il caso dell’Emilia Romagna: la Regione nel 2014 aveva finanziato 100 milioni di euro per lavori tesi al rinforzo degli argini del fiume Secchia, dopo 3 anni ne sono stai spesi solo 30 e quel territorio, come sappiamo, è appena stato allagato. Tutto ciò ha come risultato evidente l’incuria e quindi eventi tragici. A proposito di incuria, ricordiamo che il Nord Italia sta franando. Un volume del CNR ha raccolto e classificato i disastri naturali dal 2005 al 2016 nelle Regioni settentrionali italiane. Sono stati censiti 2125 eventi, alcuni di modesta entità, altri devastanti, in pratica uno ogni due giorni. Si è scoperto così che spesso tali eventi avrebbero potuto non comportare danni, se l’uomo non ci avesse messo del suo, costruendo ferrovie a ridosso della montagna, ponti bassi e stretti, case e capannoni accanto ai corsi d’acqua, ecc. Il risultato è che negli ultimi 10 anni ci sono state 85 vittime. Inoltre, mancando un piano di mitigazione del rischio, si finisce sempre per rincorrere l’emergenza, con un costo 7 volte maggiore rispetto alla azioni di prevenzione. Tra l’altro, le legge che dovrebbe arginare il consumo del suolo, giace da 3 anni in Parlamento. Anche questa è incuria.

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Triste realtà di alcuni dati ISTAT

In queste ultime settimane alcuni dati forniti dall’ISTAT hanno portato un po’ di sereno nel grigio cielo della nostra economia nazionale: la crisi sembra che stia allentando la sua morsa, i posti di lavoro aumentano, almeno quelli a tempo determinato. Non facciamo però in tempo a tranquillizzarci un poco che altri dati giungono beffardi. Nei giorni scorsi un rapporto ISTAT riguardante il 2016 ci dice che  un residente su tre in Italia è a rischio povertà ed esclusione sociale, con un peggioramento rispetto all’anno precedente. Si registra nel contempo una crescita del reddito disponibile per le famiglie, associato però ad un aumento della disuguaglianza economica. In altre parole, la ricchezza aumenta per chi ha già disponibilità economica e non per gli altri.

Quello che non viene pubblicizzato riguarda i cosiddetti lavori “low cost”, che interessano migliaia di persone, mestieri faticosi e pagati malissimo. Sono i settori con retribuzione media annua più bassa, censiti a novembre dall’INPS, un mondo con poche regole e pochissime tutele. Settori in cui non esiste un salario minimo stabilito per legge, ma solo la contrattazione collettiva, spesso aggirata. Si stima che almeno il 12% di tali lavoratori sono sottopagati rispetto ai minimi orari di settore. Si tratta in genere di operai agricoli (ricordiamo in questo settore anche il triste fenomeno del caporalato), di autisti, di lavapiatti nei ristoranti, di camerieri di catering, di fattorini, di postini privati, di badanti, di addetti alle pulizie, di facchini-magazzinieri. La paga va da 4 a 6,50 euro l’ora, nella realtà spesso di meno. Chissà se i nostri politici leggono tutti i rapporti ISTAT ed INPS e non solo quelli che fanno comodo?

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L’etica in banca: sicurezza e guadagno

In Italia il discorso sulle banche è sempre aperto e d’attualità e non certo per motivi di soddisfazione collettiva. Purtroppo alcune banche, oltre ad essere state concause della crisi economica che stiamo vivendo, sono divenute porto sicuro per capitali riciclati, partecipano direttamente od indirettamente ad operazioni azzardate ed hanno messo sul lastrico numerosi risparmiatori, che a loro si sono affidati. Spesso e volentieri la compravendita di titoli, opzioni e derivati prevale sull’attività normale di un istituto di credito, si operano di conseguenza tagli dei crediti ad imprese, famiglie ed ai giovani che vorrebbero iniziare delle attività. Nei mesi scorsi in Italia ha fatto discutere il decreto “salva banche”, con circa 20 miliardi di euro messi a disposizione dallo Stato (e pagati dai cittadini), per evitare crolli e fallimenti e per cercare un qualche risarcimento ai risparmiatori che hanno perso il loro denaro, mal consigliati e mal diretti dagli istituti di credito. In questo periodo opera la Commissione parlamentare sulle banche, non sappiamo finora con quali esiti, speriamo che si possa conoscere qualcosa di utile ed importante prima della tornata elettorale, che manderebbe tutti a casa. Sappiamo che, senza regole chiare ed un auspicato connubio tra etica ed economia, il mercato non può funzionare correttamente ed efficacemente. Occorre un codice etico ed a proposito di etica nel campo bancario, è uscito in questi giorni il primo Rapporto europeo sulla finanza etica e sostenibile in Europa. Le banche etiche sono un settore che vale 715 miliardi di euro, hanno retto meglio alla crisi che ha investito il settore del credito e concedono il doppio di prestiti, a parità di attivo, rispetto alle banche sistemiche, inoltre hanno attenzione all’ambiente e ad un futuro sostenibile. Un settore a lungo snobbato ora sta producendo buoni frutti. Nel 2016 le banche etiche hanno concesso crediti per circa 29 miliardi di euro a decine di migliaia di progetti per l’inclusione sociale, la tutela dell’ambiente, la cultura. Gli investimenti fatti inoltre si basano su criteri di sostenibilità, quindi niente titoli di aziende che producono armi, che prosperano sul gioco d’azzardo, che estraggono petrolio o carbone. Ad oggi le banche etiche si sono confermate le più solide, infatti negli ultimi 10 anni i loro rendimenti sono stati costanti. Come si vede, etica ed economia possono e debbono andare a braccetto.

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Ambiente: l’UE decide per il peggio

L’Europa non è stata capace di dire no al glifosato e lo ha autorizzato ancora per 5 anni, poi si vedrà. Il glifosato è un erbicida collegato, secondo moltissimi studi, ad effetti cancerogeni e a danni ambientali notevoli e viene prodotto dalla nota multinazionale Monsanto. Decisiva è stata la decisione della Germania, stretta tra la crisi di governo e gli interessi di Bayer. Tra il colosso chimico tedesco e la Monsanto è infatti in atto una fusione, operazione da 66 miliardi di euro, che darebbe vita alla società produttrice di pesticidi e sementi più grande al mondo. Per il momento la Commissione UE non ha dato il via al processo di fusione, ma entro il prossimo gennaio dovrà pronunciarsi e la decisione attuale sul glifosato non lascia presagire nulla di buono. Francia ed Italia hanno espresso voto contrario alla proroga, congiuntamente ad altri 7 Paesi, mentre 18 Stati si sono espressi  a favore della stessa. Purtroppo non si è voluto capire che la salute del nostro pianeta e delle persone va salvaguardata, al di sopra di ogni altra considerazione, anche economica ovviamente. Per Greenpeace si tratta di un autentico regalo alle multinazionali, mentre diversi europarlamentari parlano di comportamento scellerato del Parlamento europeo, di solito abbastanza guardingo sui temi ambientali. In Italia resta comunque il divieto introdotto dal ministero della Salute riguardante l’uso del glifosato nelle aree frequentate dalla popolazione, quali parchi, campi sportivi, zone ricreative, aree versi interne, ecc. ed anche in campagna in pre-raccolta. L’Associazione degli agricoltori, dal canto suo, chiede uno stop alle importazioni di prodotti agricoli che, sul fronte del glifosato, danno meno garanzie rispetto ai cibi italiani, come il grano proveniente dal Canada, dove viene fatto un uso intensivo di glifosato nella fase di pre-raccolta per seccare e garantire artificialmente un livello proteico elevato. Ancora una volta si dimostra che i soldi (che ovviamente vanno a finire nelle tasche di pochi) valgono più della vita.

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A quando lo ius soli?

In tutt’altre faccende affaccendati (leggi elezioni)… alle leggi importanti… con quel che segue. Un dato uscito in questi giorni dice che sono 103 le leggi cosiddette “incompiute”, cioè leggi ferme perché approvate in un solo ramo del Parlamento. Ricordiamo qualche provvedimento importante: abolizione dei vitalizi – legge sullo ius soli – sul testamento biologico – sulla legittima difesa – sulla riforma dei partiti, che attua l’art. 49 della Costituzione. Considerato che il problema dell’immigrazione, oltre ad essere “attualissimo” da alcuni anni (sembra un non senso, ma è così), riveste notevole importanza, non solo per i diretti interessati, ma anche per tutti noi (Paesi europei), ci sembra opportuno soffermarci ancora sulla mancata approvazione della legge sullo ius soli. E’ ovvio che la crisi socio-economica ha aumentato le diseguaglianze, acuito l’insicurezza per il futuro e fatto scemare lo spirito di solidarietà, producendo ulteriore guerra fra poveri, il tutto a fronte di un’aumentata presenza di immigrati. Però, se la solidarietà entra in crisi, sono poi a rischio i diritti e non solo quelli sociali. Secondo Bauman siamo in un’epoca in cui non si negano ufficialmente i diritti, ma li si fanno valere solo per sé o per i “propri”. A proposito di ius soli, mons. Galantino, segretario della CEI, sostiene i seguenti punti, sui quali concordiamo: a) i diritti (ed anche i doveri) possono essere garantiti solo in un clima di dialogo e di incontro; b) sui migranti dilaga purtroppo la disinformazione: c) una politica migratoria non può non prevedere una legittima regolamentazione all’ingresso, il facile accesso ai servizi di base, la tutela dei lavoratori e delle loro famiglie, fino ad arrivare alla protezione sociale e internazionale, ai ricongiungimenti familiari, alla partecipazione e alla cittadinanza; d) lo ius soli è uno strumento molto importante che garantisce diritti, esige doveri e pone condizioni. Non è, come qualcuno continua a dire, un “regalo” immeritato. Non lasciamoci rubare il diritto e scippare la gioia di impegnarci e di decidere per il bene comune, conclude mons. Galantino.

Sempre a proposito di realtà e di informazione, un duro attacco alla politica europea e soprattutto italiana sui migranti è giunta dall’Alto Commissariato per i diritti umani dell’ONU, che ha definito “disumana” la collaborazione tra UE e Libia per la gestione dei flussi migratori dall’Africa. “La sofferenza dei migranti detenuti in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità”. Secondo l’ONU la comunità internazionale non può continuare a chiudere gli occhi sugli orrori inimmaginabili sopportati dai migranti in Libia e pretendere che la situazione possa progredire solo migliorando le condizioni di detenzione. Gli osservatori del’ONU sono rimasti sconvolti da quanto visto in Libia: uomini, donne e bambini traumatizzati, ammassati uno sull’altro in capannoni, spogliati di ogni dignità. Addirittura, è notizia recentissima, siamo tornati alla schiavitù, alla vendita di persone umane. Tutto ciò richiede più di una semplice riflessione.

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Verso le elezioni: riflessioni utili

Dopo il voto in Sicilia ed in attesa delle elezioni politiche, qualche riflessione sullo stato attuale della nostra vita politica può risultare utile. Ce ne fornisce lo spunto un’intervista a Gustavo Zagrebelsky, valutiamone qualche significativo passaggio. Zagrebelsky parla di una fase di “impolitica” per i cittadini italiani. Mentre l’antipolitica è comunque un atteggiamento attivo contro i partiti ed i politici di professione, l’impolitica, al contrario denota un atteggiamento passivo, di stanchezza. Segnale importante è l’astensionismo dal voto, non solo, dice Zagrebelsky, di quantità, ma anche di qualità, perché favorisce la corruzione politica, inaridendo il voto d’opinione. La gente si astiene dal voto, ma non altrettanto fanno gli scambisti di voti e di favori: fatto grave per la nostra democrazia. Per quanto riguarda la nuova legge elettorale, il Rosatellum, Zagrebelsky sottolinea che tra tutte le leggi, quella elettorale dovrebbe essere fatta per i cittadini elettori, ma i partiti l’hanno usata per tutelare i propri interessi. Occorrerebbero dei correttivi, ormai difficili da mettere in campo. In realtà esistono per questo due istituzioni: la Corte Costituzionale ed il Presidente della Repubblica. L’intervento della Corte, peraltro difficile, sarebbe comunque tardivo perché arriverebbe dopo le elezioni e purtroppo una giurisprudenza assurda ha detto che un Parlamento eletto con una legge incostituzionale può tranquillamente proseguire la sua opera. Dal canto suo il Presidente della Repubblica non ha rilevato nella nuova legge motivi di incostituzionalità. A questo proposito Zagrebelsky cita però un esempio, il voto unico, in base al quale un elettore vota per il candidato nel collegio uninominale e si trascina dietro una lista di nomi nelle liste proporzionali per i quali magari non vorrebbe votare. Certo, al punto in cui si era giunti, il Presidente della Repubblica difficilmente poteva rinviare la legge alle Camere, sarebbe stato utile muoversi prima, predisponendo paletti di un’onesta legge elettorale. Sulla questione di fiducia posta dal governo, Zagrebelsky è chiaro: “non c’è stata violazione di alcuna norma costituzionale, però la vita politica non è fatta solo di legittimità ma anche di correttezza costituzionale e talora la scorrettezza è anche più grave dell’illegittimità. E’ un chiaro caso di abuso del diritto”. In pratica si è trattato di un pretesto per imporre il voto palese a un Parlamento riottoso. Come al solito le parole di Zagrebelsky fanno riflettere.

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