PD, in attesa dell’Assemblea nazionale

Dalla Direzione PD Renzi è riuscito ad ottenere ciò che più desiderava, le primarie entro aprile, precedute dal congresso. Un’altra decisione strategica avvenuta dietro le quinte con Franceschini è stata poi quella di rinunciare all’ipotesi di elezioni anticipate a giugno. Si andrà a votare in autunno, se sarà conveniente al PD, o a scadenza naturale nel 2018. “La geometrica potenza dei numeri (110 favorevoli e 12 contrari) dimostra che l’accordo di maggioranza regge” commenta il segretario PD, mentre immagina la sinistra dem senza un valido schema politico. L’esito della Direzione PD va bene anche a Gentiloni, perché, come detto, con le primarie a fine aprile è praticamente impossibile il voto anticipato a giugno. Ma come sta in realtà il partito? Interessante l’intervento del ministro Orlando, abbastanza in antitesi con Renzi. Secondo il suo parere “bisognerebbe organizzare una conferenza programmatica, aprendo un confronto sui contenuti e mettendo al bando la parola “scissione”. Evitare una precipitazione al congresso perché così le primarie finiranno per essere una sagra dell’antipolitica: il tutto consumato dentro la campagna elettorale per le amministrative”. Parole che aprono una breccia nella maggioranza renziana. Gli oppositori del segretario sono agguerriti. Per Bersani, Renzi “ha premuto il tasto dell’autodistruzione del partito”, mentre Emiliano afferma che Renzi ha messo in moto la macchina della soluzione finale. Due frasi pesanti che lasciano intravedere la fine dell’esperienza unitaria della forza politica, che ha espresso in questi anni il governo. Aleggia dunque la parola “scissione”. Il “congresso lampo” pensato da Renzi non piace alla minoranza. “Per legittimare la leadership si mette a rischio il Paese” dice Speranza. Ad ostacolare un congresso lampo, sempre secondo la minoranza, ci sarebbero anche altri fattori: molte federazioni PD sono commissariate (problema del tesseramento) e poi vi è la ricerca dei candidati per le amministrative di primavera. Il commento di Emiliano è comunque chiaro: ” E’ lui (Renzi) a voler provocare la scissione: vuole che ce ne andiamo per poter avere così un partito totalmente nelle sue mani”, quello che Bersani definisce PdR, cioè partito di Renzi. Altro nervo scoperto secondo Bersani è che non si può andare al congresso senza sapere quale sarà la legge elettorale. Si attende con trepidazione l’appuntamento di domenica prossima, l’Assemblea nazionale, alla quale Renzi si presenterà dimissionario, passando il testimone ad Orfini, con la speranza, nemmeno tanto segreta, di rientrare a tutto campo dopo le primarie. Presumibilmente non ci sarà scissione ufficiale sulla data del congresso, ma, come afferma Bersani, potrebbe esserci sul piano delle proposte, su temi importanti che interessano tutti. Tra l’altro, e su questo ci permettiamo di non essere d’accordo, secondo Renzi il dibattito interno al partito non interessa i cittadini. Domanda: ma i cittadini non votano forse un partito ed i suoi uomini? Hanno dunque tutto il diritto di conoscere chi potrebbero votare. La minoranza PD comunque domenica ci sarà, in attesa di sentire cosa diranno ad esempio Franceschini, Orlando, Martina: se da loro non verrà quella proposta di buon senso, che Bersani auspica, allora potrebbero uscire dalla sala e non solo. Certo che due scogli, come la visione di un partito dominato da un solo uomo e di un PD che ben poco ha di sinistra, non sono facili da superare.

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Banche ed elezioni anticipate

Che i numeri pro-governo al Senato siano risicati è cosa risaputa, specie ora che nell’esecutivo non vi sono rappresentanti del gruppo ALA, capitanato da Verdini. In questi giorni si è avuta l’ennesima riprova: per eleggere il candidato dem alla Corte dei conti sono mancati circa 40 voti, inoltre vi è uno stallo totale sulla Commissione affari costituzionali lasciata vacante dalla neo-ministra Finocchiaro. Per dare il loro appoggio al governo i senatori di ALA avanzano però una richiesta: la presidenza della futura Commissione di inchiesta sulle banche, destinatario Enrico Zanetti.
Un breve inciso: in questi giorni si voterà il cosiddetto decreto “salva banche”, che mette a disposizione del sistema bancario 20 miliardi di euro, pagati dai cittadini. Perché non si pensa ad un decreto “salva famiglie in difficoltà”?
Ritorniamo alla politica giocata. Una commissione in più od in meno non sembrerebbe gran cosa, però, come qualcuno sospetta, se nasce la Commissione di inchiesta sulle banche, potrebbe provocare guai al sistema, perché non si limiterebbe probabilmente ad indagare solo sui casi più recenti di banche in difficoltà, ma potrebbe andare indietro di parecchio tempo e, come dicono alcuni renziani “tanti avrebbero di che temere”.
Ecco allora un nuovo intreccio: rinviare la Commissione a dopo la campagna elettorale, cioè a dopo le elezioni.
A quanto sembra Verdini sta dando ancora una mano al PD, che vuole il voto anticipato…

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Sempre fermento in casa PD

Dopo la decisione della Consulta sulla legge elettorale il clima in casa PD è agitato e lo sarà ancora, in attesa della Direzione del 13 febbraio prossimo.
La situazione presenta Renzi intenzionato ad andare al voto il prima possibile, per questo tenta un contatto con altre forze politiche, se la risposta sarà negativa, il PD opterebbe per votar con due leggi separate per Camera e Senato. Renzi valuta le seguenti ragioni: se si andasse al voto ad inizio 2018, saranno scattati i “vitalizi” per i parlamentari (pessima propaganda), sarà approvata la nuova legge di stabilità, con tutte le difficoltà connesse e verrà indetto anche il referendum sui voucher, altro grave motivo di lotta intestina nel PD.
A questo punto valutiamo però le difficoltà nei confronti del progetto Renzi.
Il Presidente della Repubblica ha pubblicamente auspicato norme elettorali non difformi tra Camera e Senato e non è entusiasta riguardo al voto immediato.
Per andare al voto presto occorre far dimettere il governo Gentiloni, senza probabilmente aver il tempo di modificare in modo ponderato la legge elettorale e ciò provocherebbe la reazione, già preannunciata, di parte della sinistra PD, che pensa ad un nuovo partito del 10%. Secondo D’Alema, Renzi vuol andare al voto coi capilista bloccati, per garantire se stesso ed i suoi fedelissimi.
Altra difficoltà: come far dimettere Gentiloni? L’uscita di Napolitano al riguardo è stata dura: un esecutivo non si dimette senza gravi motivazioni. Anche Mattarella sembra essere dello stesso avviso. Inoltre, per giungere a tanto, Renzi dovrebbe guidare un partito compatto, cosa che non è.
Resta poi sul tavolo il tema del Congresso. Secondo Emiliano, presidente della regione Puglia, il Congresso deve tenersi prima delle elezioni “se il Segretario lo nega, è lui che fa la scissione”. A questo proposito Emiliano è intenzionato a chiedere che l’Assemblea del 18 dicembre scorso venga annullata per mancanza del numero legale. Tale Assemblea decise che non ci sarebbe stato un Congresso anticipato. Da notare che in questi giorni anche dal territorio (sindaci e governatori) giunge un freno al voto accelerato. Per il PD molti nodi da sciogliere. Il “partito della nazione” appare molto più lontano.

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La Consulta e i referendum: decisione politica?

La Corte Costituzionale ha deciso di bocciare uno dei tre quesiti referendari proposti dalla CGIL, ammettendo gli altri due. Non ha ammesso il quesito relativo all’abolizione delle modifiche all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori introdotte dal Jobs act, ammessi quello che propone di eliminare i voucher e quello che riguarda la reintroduzione di maggiori tutele nei confronti dei lavoratori esternalizzati da società che stanno lavorando in appalto.
A differenza del referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre, i referendum proposti sono abrogativi e quindi prevedono il quorum; dovranno essere sottoposti al voto tra il prossimo 15 aprile e il prossimo 15 giugno, se però nei prossimi mesi si andrà ad elezioni anticipate, essi saranno automaticamente sospesi. Il parlamento potrebbe evitare il voto referendario legiferando in tempo per modificare le parti della riforma che i referendum chiedono di abrogare.
Il primo quesito ha lo scopo di abolire i voucher, introdotti per la prima volta nel 2003. Nel corso degli anni la possibilità di utilizzarli è stata molto ampliata, durante il governo Renzi il ricorso ai voucher ha avuto un incremento rapidissimo, secondo l’INPS tra il gennaio e l’ottobre 2016 ne sono stati emessi più di 121 milioni. I voucher sono un sistema di pagamento utilizzato nei lavori occasionali e discontinui, in cui non esiste contratto di lavoro e sono nati per far fronte all’illegalità del lavoro nero e frenare il fenomeno del precariato. Con i voucher sia i datori di lavoro che i lavoratori possono beneficiare della copertura assicurativa INAIL e della previdenza INPS. Una volta erano riservati ai giovani tra i 16 e i 25 anni, poi l’utilizzo si è esteso anche agli altri lavoratori, disoccupati, extracomunitari, cassintegrati, ecc. A beneficiare di questo strumento sono state, secondo i sindacati, soprattutto le imprese, che impongono al lavoratore di accettare ad esempio voucher per 15 ore a fronte di 20. In questo modo le imprese sono in regola, in caso di controlli, mentre il lavoratore viene costretto ad accettare, perché, in caso contrario, verrebbero assunti altri al suo posto. Il lavoratore quindi non viene pagato per le ore effettive e in più si realizza un’evasione contributiva. Con i voucher si può mascherare un lavoratore stabile pagato in nero e si favorisce l’aumento del precariato, operando senza contratto di lavoro.
Il quesito respinto dalla Corte riguardava l’art. 18 di quello che viene denominato Statuto dei lavoratori, l’insieme delle norme “sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro”. Sono le regole più importanti contro illeciti ed ingiustizie nei confronti dei lavoratori in Italia. Lo Statuto ha subito una sostanziale modifica nel 2012 (riforma Fornero) ed è stato in pratica superato dal Jobs act. Ma come stanno le cose? Attualmente un licenziamento ingiustificato prevede il pagamento di un indennizzo economico, che va da un minimo di 4 ad un massimo di 24 mensilità, secondo l’anzianità lavorativa. Con il referendum la CGIL chiedeva di eliminare le norme che prevedono l’indennità e di ripristinare la possibilità di essere reintegrati nel posto di lavoro. Il quesito chiedeva anche che l’obbligo di reintegro venisse esteso a tutte le aziende con almeno 5 dipendenti. In caso di reintegro sarebbe stato il lavoratore a scegliere il risarcimento congruo o il rientro. Secondo l’Avvocatura dello Stato il quesito andava oltre il ripristino delle regole, ma diventava surrettiziamente propositivo e la Costituzione prevede referendum abrogativi. Da ricordare però, come diremo, che la stessa Corte Costituzionale ammise un referendum sull’art. 18 che estendeva le tutele a tutte le imprese.
La CGIL parla a questo punto di decisione “politica” da parte della Consulta. Premesso che non tocca a noi esprimere giudizi sul caso, certo è che il rilievo mosso dal Sindacato non appare campato in aria. Fra i 3 quesiti quello sull’art.18 era certo il più sensibile, l’unico in grado di far tremare il governo o anche di farlo cadere. In caso di raggiungimento del quorum e di vittoria del Sì, sarebbe probabilmente saltata la legislatura e sarebbe stato anche un altro duro colpo per Renzi ed alle sue aspettative di rientro. Qualcuno ipotizza allora un percorso voluto: prima la legge elettorale e poi il voto, ma senza incidenti e tensioni. In effetti, come detto, la Corte Costituzionale nel 2003 si era comportata diversamente, esisteva dunque in questo mese di gennaio un precedente, come ha sottolineato la relatrice Sciarra, per la quale il referendum andava ammesso perché abrogativo e non “manipolativo”.
Le obiezioni accettate oggi dalla Consulta furono dichiarate infondate dalla sentenza n.41 del 2003, che ammise il referendum sull’art.18, il quale era di portata innovativa e propositiva ben più ampia dell’attuale. La Corte allora riconobbe l’omogeneità, l’univocità del quesito, certamente minori di quello odierno. Così si esprimeva: ” Il referendum è rivolto in primo luogo all’estensione della garanzia reale contro i licenziamenti ingiustificati ai lavoratori, che attualmente, in conseguenza dei limiti numerici sopra ricordati, godono esclusivamente della garanzia obbligatoria, consistente nel pagamento di un’indennità in denaro”. Sembra molto chiaro.
L’ultimo quesito è molto tecnico e riguarda una modifica alla responsabilità di committenti, appaltatori e sub-appaltatori nei confronti dei lavoratori impiegati negli appalti. Attualmente la legge stabilisce che, in caso di irregolarità dei pagamenti di stipendio e contributi, il dipendente di una società che ha ricevuto un appalto o un sub-appalto può rivalersi su chi ha commissionato l’appalto, ma solo se non è riuscito ad ottenere il dovuto da chi ha ricevuto l’appalto, vale a dire il suo datore di lavoro. Se il referendum passasse, il dipendente potrà decidere di chiedere direttamente i soldi dovuti al committente d’appalto, che solitamente dispone di maggiori risorse.

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Una civiltà sorretta dai muri…

Molti di noi ricordano bene 28 anni fa la caduta del muro di Berlino, i festeggiamenti e la speranza viva, non solo per un’Europa, ma per un mondo diverso, più giusto, di certo migliore. I giovani di allora sembravano volersi abbracciare, unire, abbattere ogni barriera. Purtroppo le cose sono andate diversamente. Se nel 1989 esistevano 15 “muri” per dividere gli uomini, oggi se ne contano 70. La fame, le guerre, la globalizzazione hanno costretto milioni di uomini a muoversi, a trasmigrare. La risposta della politica non è stata per nulla giusta e lungimirante: ha pensato a costruire muri, reali e psicologici. Il cosiddetto mondo libero, prima di aprirsi agli altri, si è rinchiuso in se stesso. Per meglio comprendere l’attuale situazione, è opportuno esporre qualche dato. I principali muri costruiti: Russia/Ucraina – Austria/Slovenia/Ungheria – Turchia/Siria – Grecia/Macedonia – Francia/Regno Unito – Marocco/Algeria – Tunisia/Libia – Cina/Corea del Nord – Corea del Nord/Corea del Sud – India/Pakistan – India/Bangladesh – Arabia Saudita/Oman – Kenia/Somalia – Sudafrica/Zimbabwe – Brasile/Bolivia/Paraguay – Malaysia/Indonesia.
Muri progettati: USA/Messico – Messico/Guatemala – Brasile/Argentina/Uruguay/Venezuela/Perù/Colombia – Namibia/Angola – Algeria/Libia – Sudafrica/Mozambico- Estonia/Lettonia/Lituania/Russia – Pakistan/Afghanistan .
Sempre più barriere, sempre più spese inutili, sempre meno umanità.

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Ancora immigrazione

La recente rivolta degli immigrati a Cona e le proposte del ministro Minniti hanno ravvivato la discussione in materia di accoglienza dei migranti. La situazione non appare semplice, anche se, dopo 30 anni che l’Italia riceve immigrati, non si dovrebbe più parlare di emergenza. Purtroppo il nostro Paese non ha affrontato con chiarezza di idee e con decisione il problema e l’Europa men che meno, lasciandoci praticamente soli e senza una politica unitaria al riguardo. Alcune riflessioni sull’attuale situazione ci giungono da un’intervista al cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, zona a diretto contatto con l’arrivo dei migranti nel Mediterraneo. Il presule sottolinea: a) che gli attuali CIE sono troppo grandi e si sono dimostrati strutture inadeguate allo scopo. Come inoltre emerso da alcune inchieste, l’immigrato in tali centri è diventato per qualcuno una semplice fonte di guadagno. Chi arriva nel nostro Paese, sfuggendo alla fame ed alle guerre, deve avere un trattamento degno di un essere umano – b) anche il dislocamento degli immigrati nei vari Comuni va predisposto nella maniera migliore. “L’accoglienza va preparata, la popolazione sensibilizzata, aiutata a capire. Non può vedersi arrivare i migranti dall’oggi al domani senza sapere nulla” – c) è necessario inoltre evitare una propaganda di allarmismo nei loro confronti, considerato anche che gli immigrati sono e possono diventare una risorsa economica per noi tutti – d) da evitare poi l’equazione immigrato=delinquente, assolutamente ingiusta. “Anche fra di noi c’era il mafioso quando emigravamo in America” ricorda mons. Montenegro. Una prima soluzione possono essere i corridoi umanitari, necessari non solo per ricevere le persone in maniera adeguata, ma anche per accompagnarle ed aiutarle a costruirsi un futuro nei loro Paesi, dove molti vogliono tornare. In pratica legalità sì, ma accompagnata da buonsenso e dai diritti umani.

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Web: nuove regole

Hanno fatto scalpore in questi giorni alcune proposte formulate da Grillo circa la veridicità delle notizie diffuse da internet, facebook, twitter, ecc. Ci appare illuminante e sensato, a questo riguardo, l’articolo di Gustavo Zagrebelsky apparso su La Stampa. La premessa è chiara: la diffusione di false notizie è certo pericolosa per la democrazia, tanto più se tali notizie fomentano odio ed intolleranza. Ma ciò avveniva anche prima della diffusione in rete, tramite i media tradizionali (radio, giornali, tv). Notizie false ed appelli ad emozioni irrazionali, slegati dalla realtà, li abbiamo avuti con regolare cadenza. Certo, sottolinea Zagrebelsky, l’informazione via web ha particolari caratteristiche: rapidità nella diffusione, gratuità, facilità d’uso ed anonimato. Quest’ultima caratteristica in particolare ed il fatto che le regole deontologiche dei giornalisti non si applicano al web, lo rendono pericoloso. A fronte di ciò non è pensabile di abolire la libertà di informazione, però delle regole sono necessarie. A questo punto si fa palese la differenza con la proposta di Grillo, che vorrebbe addirittura istituire una giuria popolare estratta a sorte, che determini la veridicità delle notizie pubblicate. Altra proposta che si fa strada è quella di creare autorità pubbliche con lo stesso compito. La riflessione di Zagrebelsky è, secondo noi, assolutamente condivisibile: la prima soluzione ” ricorda i processi cinesi che si svolgevano negli stadi”, mentre l’altra ” richiama lo strumento della censura. Entrambe incontrano comunque la difficoltà di distinguere il vero dal falso, i fatti dalle opinioni, senza travestire opinabili valutazioni in incontrovertibili verità”. Che fare dunque? La soluzione ce la suggerisce lo stesso Zagrebelsky: ” alle leggi, agli accordi tra gli Stati, alla collaborazione richiesta ai provider internet, si può chiedere di fornire gli strumenti, anche tecnici, per evitare che la comunicazione via web si sottragga alle regole di onestà informativa che valgono per tutti”.

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Il nuovo renzismo

La direzione PD di metà mese ha fatto intendere qualcosa in più sulle mosse future del partito. C’è stata l’attesa mea culpa di Renzi, che ha parlato, a proposito di referendum, di partita strapersa. A molti però l’autocritica è parsa più emozionale che sorretta da una chiara analisi dei fatti. La domanda è: prenderà l’avvio un “nuovo Renzi” o si tratta più che altro di un restyling tattico? Certo il segretario PD darà di sé un’immagine esteriore diversa e più contenuta di quella mostrata finora, ma per il resto? Sembra accantonata l’idea di un congresso anticipato, che si risolverebbe, dice, in una ricerca “di rivincita e di regolamenti di conti” e si punta a votare a giugno. Ciò consentirà al governo di navigare ancora qualche tempo senza troppi scossoni. Le elezioni anticipate possono poggiare su di una legge elettorale, il “Mattarellum” richiamata da Renzi, che chiede l’assenso anche delle altre forze politiche, in caso contrario “nessuna melina” si potrà votare anche con il “Consultellum”, proposta che non trova opposizioni dalla minoranza interna. Contraria a questa idea è però FI, che non vuole i collegi uninominali, in quanto la costringerebbero a stringere un patto con la Lega, soprattutto al Nord, dove però la Lega appare più forte del partito berlusconiano. Al Sud poi FI dovrebbe battersi da sola contro PD e M5S. A prima vista il segretario PD esce dalla direzione un po’ ridimensionato, ma il mattatore è sempre lui. Si è vista una quiete generalizzata all’interno del partito, dove non si sono approfondite più di tanto le ragioni e le conseguenze politico-sociali della vittoria del no. Unica voce che si è fatta sentire è stata quella di Cuperlo, che auspica la necessità di “un’alternativa alla guida del partito”. Secondo lui “è ora di rimettersi in asse con quel popolo che fuori dai palazzi è deluso, se non furioso e sofferente”. E’ poi in pratica l’unico che richiama ad un congresso al più presto e comunque prima delle elezioni politiche. Intanto proprio oggi Speranza apre il tour per candidarsi alla guida del partito. La sua dichiarazione è chiara: ” in questi anni la prova di avere un premier-segretario è stata fallimentare: abbiamo avuto un partito megafono di Palazzo Chigi, senza autonomia e amico dei potenti. Io sono in campo per la segreteria e lavorerò per un candidato premier che sia il più autorevole possibile… Se il PD non cambia linea, se non comincia a parlare un linguaggio che la sua gente capisce, rischia di morire”. Nel frattempo Renzi attuerà alcuni viaggi all’estero, viaggi di “aggiornamento professionale”, ma che possono ovviamente aiutare a consolidare la sua posizione ed il suo futuro. Sta lavorando anche ala pubblicazione di un libro, consuntivo e progetto per la “nuova Italia” che naturalmente intende guidare.

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Basta sangue: assieme possiamo…

L’ennesimo tristissimo episodio, l’attentato di Berlino, è venuto a colpire il cammino giornaliero delle nostre vite, ad incrinare la nostra sicurezza, a turbare le nostre coscienze. Un atto disumano, vigliacco, che merita una condanna assoluta, senza appello, da parte di ogni persona civile. Siamo di fronte ad un atto che ci ha indignati, ma fino a quando durerà la nostra indignazione? che cosa produrrà effettivamente? Molte altre volte ci siamo indignati, ma poi tutto è tornato come prima. Chi non ricorda gli attentati di Parigi, di Nizza, di Londra e, perché no, la fotografia del bimbo spinto a riva dalle onde del Mediterraneo dove era affogato? Non siamo riusciti a far modificare la politica delle nostre nazioni, perché anche questa politica ha a che fare con l’estremismo islamico e sicuramente con la tragedia del Mediterraneo. Una politica diversa, non guidata dagli interessi nazionali o dei gruppi di potere economico, una politica capace di far tacere le guerre e non di fomentarle, toglierebbe molti alibi al fondamentalismo. Tocca ai nostri Paesi compiere il primo passo; i muri, le chiusure, i respingimenti nulla risolvono e risolveranno. Non vogliamo scomodare il passato, ma purtroppo il passato pesa sul presente. Le migliaia di morti nel nostro mare, le centinaia di migliaia di profughi sono le conseguenze, come dice A.M. Costa “del più grande crimine nella storia dell’umanità: un delitto perpetrato a Londra, Parigi e Bruxelles e che ora continua con il concorso di Pechino”. Un crimine che è costato 250 milioni di morti (neri) e che può essere sintetizzato in una parola: sfruttamento. Cessata ufficialmente nell’800 la schiavitù, le potenze europee hanno iniziato la sfruttamento delle risorse africane, l’Africa è stata letteralmente derubata. Oggi furti e violenze continuano. Paesi europei che parlano di barricate contro l’arrivo degli africani, continuano a sfruttare le materie prime dell’Africa. Ecco perché oggi molti africani hanno davanti a sé una drammatica scelta: morire di povertà e violenza a casa propria, oppure rischiare la vita nel Mediterraneo. La democrazia non vale solo per noi, è un diritto di tutti e non la si esporta con le guerre, bensì con la pace e la cooperazione. Viene da chiederci: è mai possibile che l’ONU, se supportato dalla maggioranza delle nazioni che lo compongono, non riesce ad imporre la pace? Purtroppo, così come è congegnato oggi, l’ONU appare più che un organismo vivo, un simulacro vuoto, in cui predomina ancora l’egoismo dei più forti. Il cammino verso la giustizia può apparire arduo, impraticabile, ma così non è. Tutti i nostri Paesi hanno sottoscritto solennemente dichiarazioni e carte dei diritti umani e civili, perché allora non renderle attive, efficaci? Partiamo dunque da quello che tutti abbiamo riconosciuto essere giusto, gridiamo ai nostri governi di metterlo in pratica. Il preambolo della Dichiarazione universale dei diritti umani riconosce che tali diritti costituiscono il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo: facciamone un traguardo da raggiungere. Ogni essere umano deve agire verso gli altri in spirito di fratellanza (art.1) ed ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona (art.3). E’ forse quello che succede in Siria, nel Medio Oriente, in Africa o nelle nostre città colpite dal terrorismo? Ogni individuo inoltre ha diritto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e di godere in altri Paesi di asilo dalle persecuzioni (art. 13-14) ed anche fame, malattie, mancanza di lavoro sono ascrivibili al concetto di “persecuzione”. La Dichiarazione universale dei diritti umani consta di 30 brevi, semplici e chiari articoli, possibile che sia così difficile da interpretare e da realizzare da parte dei governanti, delle diplomazie ed anche da parte di noi tutti? E’ questa l’unica strada per rendere giustizia ed onore alla moltitudine di vittime e per avviarci ad una pace che si può e si deve raggiungere. Chi ha scritto la Dichiarazione dei diritti umani nel 1946 sono stati i nostri padri che hanno vissuto l’orrore della guerra mondiale, uomini come noi, che l’hanno ritenuta pienamente perseguibile. Seguiamo la loro parola.

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Aspettando il PD

La storia delle elezioni è vecchia: tutti vincono e nessuno perde. Così anche in casa PD dopo il referendum. Nessuno paga per la sconfitta, tutti, o quasi, i ministri vengono riconfermati, anche la Boschi che, coram populo, aveva giurato che in caso di vittoria del NO “avrebbe lasciato la politica”. Ora è di fatto il numero due del governo, più affezionata, come dice qualcuno, al potere che al senso dello Stato. L’arguto Renzi non poteva certo addossare solo a lei la croce della sconfitta e nel contempo l’ha ritenuta troppo ingombrante per tenersela accanto nell’opera di ricostruzione interna che sta intraprendendo. Ma che fa ora il PD? All’indomani dell’esito referendario qualcuno voleva votare subito, per evitare un eventuale congresso, perché “finirebbe a cazzotti”, altri volevano blindare il partito, non darlo ad un eventuale traghettatore, perché allora Renzi “non darebbe più le carte”, altri ancora puntavano sul congresso subito. Renzi ha cominciato a puntare su di un governo affidato ad una persona di fiducia. In direzione PD Speranza è stato chiaro e duro nei confronti del Segretario: “la realtà è sempre più forte della comunicazione e 33 milioni di italiani hanno mandato un messaggio che così non va proprio, bisogna cambiare con umiltà, cambiare rotta radicalmente. Così la sinistra non ha senso e noi non siamo più noi stessi ed il PD è destinato a morire”. Da qui l’invito “a vedere la rabbia, il disagio, l’inquietudine nella società”. Probabilmente ha ragione, considerato che il voto referendario ha dimostrato che Renzi ha perso la sinistra e non ha certo conquistato il centro. La minoranza interna del partito, che sembrava propensa al congresso, ora preme perché Renzi faccia un passo indietro da segretario e lo attacca sulle regole. Nico Stumpo, dopo aver valutato il governo Gentiloni un semplice copia-incolla del precedente, parla di statuto: “il nostro statuto è chiaro, non si può tenere un congresso più di sei mesi prima la scadenza naturale, se c’è ancora un segretario in carica. Quindi, se non si dimette prima Renzi, il congresso non si può fare”. Per ora sembra che Renzi non abbia voglia di dimettersi da segretario del partito. Il suo pensiero è chiaro: la minoranza ha chiesto il congresso, ora però pare che non abbiano fretta di farlo, se è così, vogliono che io resti segretario. Però, se non si farà il congresso, prima di votare si faranno le primarie, se non si farà il congresso, decideremo noi le liste dei candidati alle politiche. A questo punto il congresso sembra entrato in forse, ci saranno probabilmente le primarie, quelle per la premiership, sganciate da quelle per la segreteria. Ciò potrebbe far comodo alla minoranza? Forse sì, considerate le voci di una possibile candidatura a segretario di Emiliano, che stopperebbe una candidatura di Speranza. Inoltre, nella migliore tradizione DC, si eviterebbe, a beneficio di tutti, una possibile conta, che potrebbe far lievitare delle quote a danno di altre. In casa PD però tutto è possibile. Ultimissimi rumors parlano di dimissioni di Renzi con reinvestitura immediata, oppure di tenere il congresso con primarie aperte (si parla del 5 marzo prossimo) per l’elezione del segretario. Ad accelerare poi l’idea di elezioni anticipate vi è anche il problema referendum riguardante il Jobs act, la Corte Costituzionale si pronuncerà al riguardo il prossimo 11 gennaio. Visto che il pensiero di Renzi è: il jobs act non si tocca, un’altra sconfitta referendaria sarebbe una catastrofe politica per il PD. Le elezioni in primavera scongiurerebbero il referendum. A questo punto neanche i bookmakers saprebbero che pesci pigliare. Ci domandiamo: si sta veramente pensando soprattutto al bene del popolo italiano?

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