Alluvioni e stupida voracità dell’uomo

Spesso in questo blog abbiamo parlato di ambiente, della sua importanza e della necessità di una sua salvaguardia ed ancora siamo costretti a parlarne a causa di eventi calamitosi, ultima l’alluvione di Livorno, che ha causato distruzioni e purtroppo otto morti. Qualcuno ha detto giustamente che, quando le abitazioni finiscono sott’acqua, nel posto sbagliato ci sono le case e non il fiume. Purtroppo non abbiamo ancora capito la lezione e parliamo ancora di eventi eccezionali e di emergenza, come se i danni e le morti causati dalle alluvioni dipendessero esclusivamente dal fato e non dal nostro atteggiamento. Non ci rendiamo conto che abbiamo un territorio sempre più impreparato, cittadini che attuano comportamenti irrazionali ed amministratori inadeguati e, alle volte, colpevoli. Un dato: in Italia esistono circa 12 mila chilometri di corsi d’acqua cementificati; torrenti, rivi e fiumi coperti da strade ed edifici, trasformati in canali sotterranei; case costruite dove non si dovrebbe costruire. Ora, di volta in volta, ne constatiamo la pericolosità, ma si continua, come detto, a gridare contro “l’evento eccezionale”. Negli anni 60/70/80 sempre più corsi d’acqua vennero coperti, non per ragioni sanitarie, ma per permettere l’edificazione di nuove costruzioni. I corsi d’acqua non coperti ebbero argini di cemento ed il loro scorrere venne rettificato, ristretto, ingabbiato. Le cosiddette “casse di espansione” in cui i fiumi riversavano l’eccesso d’acqua, sono state cancellate. Così l’acqua che giunge nella strettoia del fiume tombato “esplode” con le conseguenze che tutti conosciamo. A ciò si aggiunge il fatto che cemento ed asfalto hanno peggiorato la situazione, divenendo ostacolo alla naturale infiltrazione della pioggia in profondità, non permettendo nemmeno la ricarica delle falde sotterranee. Il consumo del suolo continua ad aumentare: solo nel 2015/16 sono stati consumati ogni giorno in media 30 ettari. La legge sul consumo del suolo non viene approvata, anche per l’opposizione di molti sindaci, che fanno approvare dai propri consigli comunali delibere contrarie, per la paura di veder diminuire gli oneri di urbanizzazione. Invece di palleggiarsi le responsabilità, le colpe, di parlare di emergenza, perché non fare opera di prevenzione? Certo la prevenzione la si fa quando non piove e la si mette in opera decisamente, magari spostando le persone dai luoghi pericolosi. In Germania si spendono soldi per “rinaturalizzare” i corsi d’acqua, demolire le sponde in cemento, ripristinare le aree di espansione. Quando cominceremo anche in Italia a ragionare correttamente e ad uccidere la stupida voracità che coltiviamo?

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Il Parlamento italiano si dimentica i diritti civili

L’agenda parlamentare sui diritti civili è bloccata. Ad un certo momento sembrava che proprio i diritti civili potessero diventare il tratto distintivo dell’attuale legislatura ed in effetti qualche riforma ha visto la luce, sulle altre incombe il buio. Due calcoli sono presto fatti: le Camere riapriranno, dopo le ferie, il prossimo 12 settembre – le elezioni politiche dovrebbero svolgersi ad inizio primavera, per questo le Camere andranno sciolte presumibilmente a metà febbraio – cinque mesi, da settembre a febbraio, potrebbero bastare, ma non è così. Calcolato che i parlamentari sono in aula mediamente 3 giorni a settimana, che ci saranno le vacanze natalizie e l’esame sulla legge di bilancio, il tempo a disposizione per l’esame dei diritti civili appare assolutamente esiguo, o meglio, insufficiente. Che cosa rimane da approvare? 1) lo ius soli “temperato”, il quale prevede la cittadinanza italiana per un bambino nato in Italia, se almeno uno dei genitori si trova legalmente nel nostro Paese da almeno 5 anni. La legge è stata bloccata dal partito di Alfano – 2) testamento biologico, che prevede la possibilità di chiedere lo stop alla nutrizione ed idratazione artificiale. Contrari i centristi e l’ala intransigente cattolica –  3)legge sugli orfani di femminicidio, approvata all’unanimità alla Camera, bloccata in Senato dal partito di Alfano, perché nel testo si fa riferimento anche ai figli nati da unioni civili    4) legge contro l’omofobia, approvata alla Camera nel settembre 2013, la legge è bloccata in Senato. La proposta prevede fino a 4 anni di reclusione per chi commette o istiga a commettere violenza con l’aggravante dell’omofobia – 5) il ddl sulla cannabis è già stato affossato alla Camera, si salva l’uso terapeutico – 6) cognome della madre, la proposta è ferma al Senato da 34 mesi. Da notare che la Consulta ha dichiarata illegittima l’automatica attribuzione del cognome paterno in presenza di una diversa volontà della famiglia. Non abbiamo nulla da aggiungere, se non constatare la miopia del Parlamento in fatto di diritti civili.

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Abusivismo: semplice peccato veniale?

Il terremoto di Ischia dei giorni scorsi ha fatto tornare in auge un termine tenuto sotto la cenere dai nostri politici ed amministratori: abusivismo. I sindaci ischitani si sono affrettati a dire che tale fenomeno nulla ha a che vedere con il terremoto, i crolli e le vittime: i turisti possono stare tranquilli. Questo, aggiungiamo noi, è quello che conta. Una domanda: se non ci fosse stato il terremoto, i sindaci avrebbero mai parlato di abusivismo sull’isola, lo avrebbero contrastato? Eppure si tratta di un fenomeno deprecabile, che i suoi morti li ha e probabilmente li avrà ancora sulla coscienza, un fenomeno che distrugge l’ambiente e lo rende pericoloso, un fenomeno che prospera in spregio alle più elementari regole di sicurezza. Un problema squisitamente italiano, perché non esiste Paese europeo che abbia case abusive e quindi da abbattere. Con un po’ di ironia potremmo dire che anche in Italia non ci sono abbattimenti di edifici, in quanto non vengono eseguiti, in pratica viene abbattuto 1 edificio su 10. Tornando ad Ischia, qualche dato in proposito: 600 sono gli immobili su cui pende la sentenza di abbattimento –  dal 1981 al 2006 sono stati costruiti oltre 100 mila vani abusivi – una famiglia ogni 2,5 ha chiesto il condono. Dati a nostro avviso significativi della realtà. Allarghiamo i dati all’Italia: esistono 1 milione e 200 mila case “fantasma” ( dati dell’Agenzia del territorio, che ha realizzato una mappatura aerea) – dal 1985 ad oggi sono state avanzate oltre 2 milioni di richieste di condono – nel solo 2016 sono stai costruiti 17 mila immobili fuori legge. Purtroppo, come detto, politici ed amministratori non vogliono uscire allo scoperto: sul cemento in Italia si ottiene ancora molto consenso, un sacco di voti. Per questo invece di combattere l’abusivismo, si preparano leggi devastanti, a livello governativo e regionale. Citiamo solo, perché ultimo in ordine di tempo, il ddl Falanga in discussione al Parlamento, che di fatto rende impossibile le demolizioni, perché vietate se c’è un residente, inoltre svincola i sindaci da responsabilità penali, quindi lega le mani ai magistrati. Si è inventato a tal fine “l’abusivismo di necessità”, concetto giuridico assurdo e pericoloso se applicato anche in altri campi. Chi ha necessità, chiede alle Amministrazioni ed allo Stato, che hanno il dovere di intervenire, se non lo fanno devono renderne conto politicamente. Non penalizziamo il nostro territorio già fragile, prendiamocela con gli incapaci. Tra l’altro in Italia esistono norme ben precise su edilizia e tutela del paesaggio, facciamole osservare. Dobbiamo aspettare un altro terremoto, per piangere altri morti? Legambiente, che ha studiato a fondo il fenomeno abusivismo, denuncia un altro rischio: su 4426 illeciti nel ciclo del cemento contestati nel 2016, oltre il 40% sono avvenuti in quattro Regioni a tradizionale presenza mafiosa: abbiamo quindi la mano invisibile della mafia o della camorra dietro le filiere del cemento illegale. Un ulteriore domanda: come è possibile che le abitazioni abusive abbiano luce, gas, acqua, quando le società devono chiedere la licenza edilizia per allacciare l’utenza? Se l’abusivismo prospera, può farlo anche perché aiutato dai ripetuti condoni edilizi. Citiamo i principali: 1985 condono Craxi – 1995 condono Dini – 2003 è la volta di Berlusconi, che replica nel 2009. Da notare il pessimo affare economico fatto al riguardo dal governo. Negi ultimi 30 anni tutti i condoni, non solo edilizi, ma anche fiscali, hanno portato nelle casse statali 104 miliardi di euro, meno dell’evasione fiscale di un solo anno. Da considerare poi che tali condoni sono stati varati praticamente senza nessuna opposizione: tutti complici. Se si continuerà su questa strada, l’abusivismo non verrà mai sconfitto, avremo un territorio, già di per sé fragile, ulteriormente sfregiato e rovinato e piangeremo nuove vittime. Su questo dato di fatto i politici ed i sindaci (tutti) dovrebbero riflettere.

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Islam-Europa: tutela delle libertà, odio o collaborazione…

E’ sempre un piacere ed un arricchimento culturale leggere gli articoli di V. Zagrebelsky concernenti i grandi problemi attuali, considerata la competenza e l’onestà intellettuale dell’autore. Su La Stampa del 22 c.m. egli ha evidenziato un particolare problema giuridico: i limiti ed i controlli alle libertà di espressione ed in particolare all’espressione religiosa. Leciti o no? Oltre a coloro che materialmente compiono atti terroristici, vi è chi incita all’odio e su tale strada li indirizza. La tragedia di Barcellona lo ha ribadito, mettendo in luce la figura dell’iman impegnato a predicare odio e guerra contro l’Occidente. Zagrebelsky sottolinea come la libertà di espressione religiosa in Europa è stata storicamente posta all’origine di tutte le altre, però ribadisce che “né la libertà di espressione, né la libertà religiosa, né la libertà di riunione ed associazione sono libertà assolute, sottratte ad ogni limitazione da parte dello Stato. A partire dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, le libertà hanno limiti per assicurare agli altri la garanzia di quegli stessi diritti e libertà. Nella nostra epoca sia la Convenzione europea dei diritti umani, sia la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea espressamente escludono dalla protezione coloro che si impegnano in attività dirette alla distruzione dei diritti e delle libertà che esse prevedono”. Nessuna tolleranza va garantita agli intolleranti dei diritti e libertà altrui. “Le nostre libertà non tutelano chi istiga all’odio” è la chiara affermazione di Zagrebelsky. E’ questo un punto fermo che tranquillizza e assolutamente giustifica le espulsioni di chi tiene gli atteggiamenti sopra indicati ed ovviamente anche la repressione di gruppi che si dedicano ad attività terroristiche. Lotta al terrorismo, alla sua propaganda dunque, senza dover per questo sospendere lo Stato di diritto.

Ma ciò, lo sappiamo, non basta, come non basta per ridurre il grande fenomeno migratorio. In queste ultime settimane tale fenomeno ha visto una diminuzione, anche per la politica del Governo italiano ed agli accordi con la Libia, che abbiamo valutato nell’articolo precedente. Di fronte a tale fatto stranamente aumentano nel nostro Paese i casi di razzismo, convinti probabilmente chi li mette in atto, che con le maniere forti i migranti si possono fermare. Fatti certo incivili, assurdi e controproducenti. Chi divulga l’idea che sia possibile fermare completamente il flusso migratorio alimenta un’illusione che può portare a gravi pericoli.

Quali iniziative mettere allora in atto? Iniziative semplici, non perché facili da condurre a termine, ma perché ormai risapute da tempo, auspicate, ma finora tralasciate. Punto primo: unità di intenti da parte dei Paesi europei e di alcuni grandi Paesi, come Cina, Russia. USA, per affrontare seriamente il problema. Ciò implica anche chiudere fronti di guerra come quello in Siria, Yemen, Afghanistan, che generano e continueranno a generare gravissime ripercussioni. Se ogni Stato implicato in quei territori pensa solo a se stesso, ai propri interessi, non si arriverà mai a nulla e, così facendo, si impedisce anche la risoluzione degli altri grandi problemi internazionali. Punto secondo: i fenomeni migratori affondano le loro radici non solo nelle guerre, ma anche nelle condizioni economiche degradate di alcune aree africane, i cui abitanti ormai possono solo scegliere fra morte, ribellione o migrazione. Una tale situazione può essere affrontata dall’Europa solo in maniera unitaria, possibilmente con un piano avallato dalle Nazioni Unite, come suggerisce Giuseppe Cucchi in un suo articolo. Attualmente l’area africana di maggior degrado, che concentra in sé i vari problemi, è il Sahel, territorio instabile e snodo di tutti i traffici illeciti e che è ormai divenuto base di partenza per terrorismo e migrazione. L’intervento dell’ONU di alcuni anni fa in quelle zone ha insegnato qualcosa: 1) necessità di migliorare le condizioni economiche di tutta l’area sahelica; 2) disponibilità di alcuni Paesi economicamente avanzati a partecipare ad un’azione congiunta, purchè inquadrata in un piano coerente, sotto l’egida ONU. Venne consegnato allora al Segretario dell’ONU un preciso elenco di quanto si sarebbe dovuto fare, purtroppo nulla è stato fatto e la situazione è visibilmente peggiorata: il Sahel continua ad essere il crocevia principale del crimine nell’area Nord africana.

Un altro punto riguarda le condizioni dei migranti in Libia ed ancora Cucchi prospetta al riguardo un intervento deciso dell’Agenzia ONU per i rifugiati. Al momento dunque le idee, le proposte esistono, però nessuno si muove, così la democrazia, la libertà dell’Europa sono oscurate dall’egoismo nazionalistico e dall’indecisione. Una meravigliosa visione sarebbe quella di riabilitare il Sud, il Mare nostrum, come “nucleo storico d’Europa, in cui insediare un progetto di sviluppo e di pace duraturo, senza imperialismo ed ottuse ambizioni di sfruttamento” (Claus Leggewie)

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Italia, migranti e diritto internazionale

Il codice di condotta per le Ong che operano nel Mediterraneo, come abbiamo visto, ha causato non poche discussioni e prese di posizione diverse. Un articolo di Zagrebelsky (La Stampa, 11/08/17) aiuta a far chiarezza sulla questione, aggiungendo elementi di diritto internazionale. Premesso che l’Italia è vincolata da trattati internazionali riguardanti i diritti umani, i rischi di responsabilità che potrebbe al momento correre sono da vedersi sotto due aspetti: a) la natura della effettiva assistenza fornita dalla nostra Marina alla Libia b) il comportamento che l’Italia terrà nei confronti delle Ong che non hanno sottoscritto il codice di comportamento.
Riguardo al 1° punto, responsabilità italiane esistono anche al di fuori delle nostre acque internazionali, in quanto l’Italia è parte della Convenzione europea dei diritti umani: “se le navi italiane dovessero imbarcare migranti, la Convenzione si applicherebbe integralmente e direttamente, poiché quelle navi sono territorio italiano”. Bisogna poi valutare il significato di “appoggio logistico” fornito alle navi libiche: “se i mezzi militari italiani dovessero aiutare troppo le autorità libiche, fino a fornire una vera partecipazione italiana, la responsabilità italiana non sarebbe esclusa dal fatto che l’attività si svolge in acque libiche”. Oltre a ciò, come sappiamo, i campi in cui vengono internati i migranti in Libia non rispettano sicuramente i diritti umani e l’Italia: “non può rendersi partecipe di violazioni delle norme sui rifugiati e sul divieto di trattamenti inumani”.
Per quanto riguarda il 2° aspetto, il codice non impedisce ai mezzi delle Ong di soccorrere persone in pericolo, tende ad impedire che la loro presenza in mare, a ridosso delle acque libiche, convinca gli scafisti che il loro viaggio sarà breve e sicuro. Il grosso problema è un altro: la condotta dell’Italia nei confronti di coloro che non hanno firmato il codice del Viminale. L’Italia chiuderà loro i porti, anche se a bordo hanno malati, bambini, partorienti?
Zagrebelsky sottolinea che “l’ipotesi è stata lanciata troppo leggermente. Se lo facesse, quali sarebbero le conseguenze giuridiche internazionali e, prima ancora, quali le conseguenze politiche?”
Siamo giunti ad un confronto forte di posizioni. Conclude Zagrebelsky, citando Andrea Riccardi, il quale “ha ricordato la convergenza di posizioni cattoliche e di quelle laiche derivanti dall’Illuminismo umanitario. Esse sono all’origine del movimento di cui la Convenzione europea dei diritti umani è il prodotto. Nessun governo in Italia reggerebbe l’opposizione di quel vasto mondo e lo scontro che qualunque “incidente” non mancherebbe di accendere. Un simile incidente non avrebbe quindi solo il carattere dell’illegalità internazionale, ma entrerebbe subito nel campo della vera politica”.

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Anch’io sto con MSF

Che il problema immigrazione sia di portata più che rilevante, difficile da affrontare e di ancor più difficile soluzione, è chiaro a tutti. Un po’ meno riconosciuto il fatto che tale problema chiede risposte alla nostra coscienza e mette alla prova il sistema politico dei nostri Paesi, convinti, a torto o a ragione, di essere depositari dell’autentica democrazia, che garantisce giustizia e libertà. Due avvenimenti hanno reso in questi giorni ancor più incandescente il clima attorno al problema migranti: il codice di condotta per le Ong che fanno salvataggio in mare ed il sequestro della nave Juventa
della Ong tedesca Jugend Rettett. Il codice “Minniti”, che contiene per altro punti condivisi dalle Ong, ha creato comunque strascichi inutili, in quanto sembra voler sottendere che coloro che non lo sottoscrivono patiranno “conseguenze”.
Tra i non firmatari c’è MSF. Il direttore di MSF, Gabriele Eminente, ha illustrato le motivazioni che hanno indotto l’Ong a non firmare: a) “avremmo voluto un richiamo più esplicito ai principi umanitari, che ispirano in sostanza sia MSF, sia le altre organizzazioni che operano nel Mediterraneo; b) no alla polizia giudiziaria “armata” a bordo. “La presenza di armi a bordo di una nostra nave confligge con un principio che applichiamo in tutti i Paesi del mondo, in qualunque ospedale di MSF”; c) no al divieto di trasbordo da nave a nave, perché tale divieto potrebbe indebolire l’intero sistema.
Gabriele Eminente ha assicurato che MSF rispetterà tutti gli altri punti del codice, come la trasparenza finanziaria e l’impegno a non entrare in acque territoriali, se non richiesto dalla Guardia costiera.
Sulla decisione delle Ong che non hanno firmato il codice del Viminale è intervenuto anche Saviano, in maniera chiara ed esaustiva. “Io sto con MSF. Lo voglio dire ed esprimere chiaramente in un momento in cui sta avvenendo la più pericolosa delle dinamiche, ossia la criminalizzazione del gesto umanitario”.
La scelta fatta dalla Ong è sostanziale, perché difende un principio fondamentale: la neutralità di chi opera. La presenza della polizia armata a bordo sarebbe la fine di tale principio, che è poi, continua Saviano, l’elemento fondante che permette all’Ong di agire con la propria identità. Ciò non significa affatto che la legge viene sospesa: ogni sbarco viene coordinato dalla Guardia costiera e a terra c’è totale collaborazione con le forze di polizia. “Non firmando il codice MSF salva i suoi operatori e la sua condotta, tutte le parti in causa nei conflitti devono sapere che MSF non ha armi, non nasconde soldati sotto le sue pettorine, non è luogo utilizzato per indagini, ma per soccorso”. L’aspetto grave è poi il materializzarsi di un concetto aberrante, quello di “reato umanitario”, accettato dalle parti politiche in un clima di perenne campagna elettorale. Mentre l’Europa non sa darsi una politica comune sull’immigrazione, politica indirizzata da principi umanitari e non economici, si individuano possibili capri espiatori. le Ong, qualcuna sospettata di essere “braccia operative” dei trafficanti. Il caso della nave Juventa viene cavalcato da alcuni in tale direzione, anche se la stessa Procura di Trapani, che si occupa del caso, afferma che la Ong tedesca avrebbe agito non per denaro, ma per motivi umanitari.
Continua l’intervento di Saviano: “Mi domando dove nasce tutto questo odio… Di fronte al senso di colpa d’essere incapaci di agire, dinanzi a centinaia di bambini che annegano nel Mediterraneo, si accusa chi agisce… Se il problema sono gli immigrati, l’incapacità economica di far ripartire il Paese, di snellire le dinamiche burocratiche, di contrastare il crimine organizzato diventa un corollario… Le Ong stanno semplicemente supplendo all’assenza dell’Europa”.
Rimane poi un altro importante problema: l’Europa intende fermare i migranti sul suolo libico o riportarli in Libia, una volta a bordo delle navi. Le dichiarazioni del nostro vice-ministro degli Esteri, Mario Giro, ci prospettano la realtà: “Riportarli in Libia in questo momento vuol dire riportarli all’inferno… I migranti finiscono in centri di detenzione nelle mani di milizie, che ne approfittano per fare i loro commerci… Per ora non è stato possibile avere dei campi normali in Libia, sotto il controllo delle istituzioni internazionali”. Sulla collaborazione con le Ong Mario Giro ha detto:
“Ci vuole un atteggiamento pragmatico che riconosca come le Organizzazioni non governative siano ormai divenute una componente imprescindibile del diritto internazionale umanitario”. Ora più che mai l’ignoranza da parte di tutti noi non è ammessa.

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Europa: mancano cuore e democrazia

In questi ultimissimi anni l’Europa sta mostrando grande difficoltà a continuare il cammino della vera unità solidale, così come concepita dai Padri fondatori. Gli interessi nazionali prevalgono sui valori costitutivi fondamentali, impedendo una risoluzione giusta dei problemi sociali ed economici, anzi, impedendo ogni risoluzione. Tolti i valori di base, si fa strada un vuoto pericoloso capace di azzannare libertà e giustizia.
In un suo articolo odierno Gustavo Zagrebelsky richiama un altro grave interrogativo riguardante alcuni Paesi dell’Unione. L’Europa, ci ricorda, si fonda sui valori “del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani”.
Ormai da secoli i principi democratici dello Stato di diritto comprendono la separazione dei poteri e l’indipendenza dei giudici e della magistratura.
La dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino scaturita dalla rivoluzione francese del 1789 dice chiaramente che “ogni società in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri stabilita, non ha una costituzione”. In questo quadro di riferimento deve muoversi ed agire l’UE.
“I principi fondanti di democrazia, Stato di diritto e garanzia di giustizia non possono essere smentiti, se non a prezzo di annullare la ragione stessa per cui l’Unione europea è possibile e merita di essere difesa e sviluppata”. Alcuni Stati però non sono disposti ad accettare quanto sopra detto.
Zagrebelsky cita il caso dell’Ungheria, dove l’insofferenza del potere politico verso i giudici si unisce a quella verso la stampa indipendente.
Anche la Polonia tende ad annullare l’indipendenza dei giudici; nella Corte suprema vengono allontanati i giudici, tranne quelli che il Ministro della Giustizia decide di mantenere; nella Corte costituzionale vengono inseriti componenti graditi al partito. A questo punto non si può certo parlare di separazione dei poteri e di indipendenza dei giudici.
Ci tormenta un interrogativo: ma le nuove generazioni ungheresi non hanno mai sentito parlare di dittatura sovietica, della insurrezione di Budapest?
Così ai giovani polacchi nessuno ha parlato delle condizioni della Polonia prima del crollo del muro di Berlino? Con l’attuale scelta Ungheria e Polonia respingono i valori fondamentali dello Stato di diritto e ciò si ripercuote anche nelle loro decisioni in campo europeo. Purtroppo l’oblio più o meno marcato dei valori fondanti dell’UE è presente anche negli altri Stati membri, così l’Europa langue, dimentica il suo passato e non prepara adeguatamente il suo futuro. Siamo giunti ad un bivio, sottolinea Zagrebelsky: se, ad esempio, si attuano procedure nei confronti della Polonia, si attiva un processo di disgregazione, se prevale la prudenza, si colpisce la motivazione che ha condotto a fondare l’UE. Anche gli organi del Consiglio d’Europa sono ad un bivio.
“Il sistema di protezione dei diritti fondamentali in Europa prevede che la loro garanzia prima di tutto sia assicurata dai giudici degli Stati. La Corte europea, espressione dell’Europa nel suo complesso, interviene quando i giudici nazionali non hanno dato efficace protezione”. Nell’attuale situazione come deve comportarsi la Corte europea? Siamo di fronte dunque a scelte difficili e portatrici di serie conseguenze. Come uscirne? Citiamo in proposito l’ultima frase dell’articolo di Zagrebelsky: “Scelte inevitabili che non possono essere dettate che dai principi fondatori”.

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Chiacchiere politiche e necessità reali

Mentre i nostri politici continuano a discutere dei soliti problemi (legge elettorale, elezioni sì, elezioni no, ecc.) certo importanti, ma sui quali non c’è volontà di accordo serio, l’ISTAT ha scattato una fotografia preoccupante del nostro Paese: la povertà in Italia non scende, anzi, se si guarda alle famiglie con 3 o più figli, essa aumenta in maniera esponenziale. Stiamo parlando della povertà assoluta e di quella relativa. Secondo l’ISTAT oltre 1 milione e 600 mila famiglie versano in condizioni di povertà assoluta (non hanno i mezzi per far fronte alla spesa minima necessaria per l’acquisto di beni e servizi essenziali), per un totale che si avvicina ai 5 milioni di persone, mentre la povertà relativa (1061 euro al mese per due persone) riguarda oltre 2 milioni e
700 mila famiglie, per un totale di quasi 9 milioni di individui.
Le Associazioni dei consumatori segnalano che il numero dei poveri in 10 anni è praticamente raddoppiato. “Numeri enormi, sottolinea il segretario generale della CEI, mons. Galantino, che dovrebbero indurre la politica a muoversi”. A pagare il prezzo più alto della crisi sono ovviamente i più deboli: bambini, giovani ed operai. I minori in povertà assoluta sono 1 milione e 292 mila, 200 mila in più dell’anno precedente (2015) e la loro condizione è naturalmente legata a quella dei genitori, per lo più disoccupati ed operai. Alla luce di questi dati è fondamentale rivedere al rialzo l’entità degli stanziamenti per combattere la povertà nel nostro Paese. Fanno sorridere i famosi 80 euro di renziana memoria, che avrebbero dovuto alleggerire di molto la situazione economica italiana.
Dobbiamo investire di più sui minori e sui giovani, attivare politiche di sostegno e di inserimento nel mercato del lavoro, con buona pace per tutte le altre
eterne discussioni. Invece del reddito di cittadinanza il governo ha scelto il reddito di inclusione, anche questa scelta però va rivista al rialzo, in quanto, così com’è, lascia fuori oltre 2 milioni di persone in condizione di povertà assoluta. E’ ora di cominciare a darsi da fare per risolvere i problemi veramente importanti della nostra vita sociale.

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Incendi: dolo, ma anche incuria pubblica e privata

Anche quest’anno vasti incendi hanno devastato la nostra Penisola con danni incalcolabili per l’ambiente e purtroppo anche vittime. Tante sono le cause: il clima torrido e la prolungata siccità, ma soprattutto la disattenzione, l’incuria, il vandalismo, gli interessi criminali. Secondo il Comando tutela forestale dei Carabinieri, sicuramente metà degli incendi è di origine dolosa. Ogni anno vengono denunciate dalle 400 alle 600 persone, che hanno causato incendi di vaste proporzioni. Le pene sono anche severe, ma in cella ci sono pochi colpevoli. La distinzione fra rogo doloso e rogo colposo poi incide non poco su tale realtà.
Purtroppo un ruolo negativo lo gioca anche l’incuria pubblica. Stefano Ciafani, direttore di Legambiente, dice chiaramente che esistono “precise responsabilità per quello che sta accadendo, a cominciare dalle Regioni, che avrebbero dovuto approvare le regole sull’antincendio boschivo, per organizzare la prevenzione, il lavoro a terra, in accordo con Vigli del fuoco e Protezione civile”. Campania, Calabria e Sicilia non hanno approvato i piani entro i tempi previsti. Esiste inoltre un problema serio anche a livello di organizzazione nazionale. Infatti, dopo l’accorpamento del Corpo forestale ai carabinieri (a nostro avviso, fatto negativo) non sono ancora stati approvati i decreti attuativi indispensabili per far funzionare la riforma.
Anche molti Comuni, dal canto loro, non hanno ancora provveduto a censire le aree bruciate, così da impedire in loco pascoli o addirittura attività edilizia, così come molti Sindaci non si preoccupano di far mantenere pulite le aree boschive.
Andrebbe anche fatta osservare appieno la legge sugli ecoreati del 2005, che prevede il delitto di “disastro ambientale” con pene fino a 15 anni di reclusione. Ricordiamo anche che prevenire gli incendi oggi è possibile, esistono al riguardo tecnologie avanzate, già utilizzate in Italia e poi “dimenticate”. Citiamo il telerilevamento, un sistema di telecamere (ogni telecamera controlla ettari di territorio) che monitora le zone boschive, rilevando automaticamente gli incendi fin dal primo focolaio e permettendo così un intervento veloce e risolutivo. I costi ovviamente sono assolutamente minori rispetto a quelli necessari per spegnere gli incendi.
Vogliamo finalmente cominciare a fare le cose seriamente?
Un ultimo suggerimento: perché non acquistare un cacciabombardiere in meno e due canadair in più?

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Ius soli: un atto di civiltà

Se il Parlamento italiano approvasse lo “ius soli”, il diritto di cittadinanza per chi nasce in un determinato Paese, si porrebbe nel novero di alcune nazioni all’avanguardia nel campo dei diritti civili. Purtroppo gli auspici non sono confortanti: in Senato addirittura si è praticamente venuti alle mani per impedire la discussione di tale progetto di legge. Illuminante al riguardo un articolo di Gustavo Zagrebelsky apparso su La Stampa, che puntualizza alcuni punti fondamentali al riguardo: a) la legge non prevede che si sia italiani, qualunque sia la nazionalità dei genitori, per il solo fatto di nascere in territorio italiano; b) la legge che integra quella vigente “ammette nuovi casi di acquisto della cittadinanza, che riguardano chi nasce in Italia da genitori stranieri di cui almeno uno abbia regolare permesso di soggiorno permanente. In tal modo diventa decisivo il fatto che il genitore risieda regolarmente e permanentemente in Italia. E’ poi previsto che lo straniero, se nato in Italia o vi ha fatto ingresso da minorenne, acquista la cittadinanza se ha regolarmente frequentato in Italia le scuole del sistema nazionale”; c) tale legge mette l’Italia in linea con tendenze già presenti in diversi Paesi europei in una materia che da tempo è condizionata dalla sempre maggior mobilità delle persone. D’altro canto, sottolinea Zagrebelsky, l’Italia è un Paese il cui carattere e la cui ricchezza derivano da ondate di migrazioni straniere. Triste pensare a una società omogenea (la difesa della razza?), chiusa nel suo modo di vivere e priva di ciò che gli altri portano.
Gianni Riotta in un suo articolo ricorda che il diritto di cittadinanza “ius soli” gli Stati Uniti lo approvarono nel 1868 dopo la guerra civile e cita anche una argomentazione degli oppositori di allora “lo ius soli distruggerà l’anima dell’identità americana”. Affermazione smontata dallo storico Eric Foner: “molte cose che crediamo tipiche dell’America, l’amore per la libertà individuale, le opportunità sociali, esistono in altri Paesi”.
Riotta si augura che essere italiani “non sia marchio di fabbrica esclusivo, ma condivisibile esperienza vitale”.
Certo una legge di tale portata, suggerisce Zagrebelsky, vorrebbe ” un’attenta discussione, tesa ad eliminare problemi applicativi, richiederebbe un atteggiamento rispettoso non solo del Parlamento, che si continua a scrivere con la maiuscola, ma anche delle persone cui la legge si rivolge”.
Chissà se prima di avere una legge di grande civiltà, riusciremo noi tutti, Parlamento compreso, a denotare la necessaria civiltà, per predisporla?

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