Il biotestamento è legge

Dopo tanto tempo e non senza fatica il Parlamento italiano ha dato via libera alla legge sul biotestamento (180 favorevoli, 71 contrari e 6 astenuti). Così si è espresso un politico:  “Si è fatto un passo in avanti nella direzione della libertà e della consapevolezza dei diritti del malato”. Il tutto grazie alla pressione popolare originata da alcuni casi emblematici: Welby, Englaro, dj Fabo. Le obiezioni non sono certo mancate. Quagliariello parla di “via italiana all’eutanasia” – l’ufficio CEI per la salute giudica “fragile” il testo di legge e prevede conflitti interpretativi – l’Associazione medici cattolici italiani sembra auspicare il ricorso all’obiezione di coscienza da parte dei medici stessi, al contrario i medici cattolici di Milano salutano con favore le nuove norme. Ma reggono tali obiezioni? Crediamo di no. In primo luogo le Dat non equivalgono affatto all’eutanasia, che consiste nel porre fine alla vita di un paziente consenziente. In Italia l’eutanasia resta un reato. Nemmeno si può parlare di “suicidio assistito”, laddove il paziente stesso, assistito dai medici, si dà la morte tramite l’assunzione di un medicinale letale. Anche il suicidio assistito rimane illegale. Molti trascurano un aspetto importante della nuova legge, cioè la conoscenza ed il consenso informato. Ogni persona avrà il diritto di conoscere le proprie condizioni di salute e di essere informata, in modo completo ed a lei comprensibile, circa diagnosi, prognosi, benefici e rischi dei trattamenti sanitari. Il paziente poi ha il diritto di rifiutare, in tutto od in parte, i trattamenti sanitari. Ogni trattamento deve avere il consenso libero e informato dell’interessato. Ci sembra che tutto ciò rientri nella sfera della civiltà. Il medico è tenuto a rispettare la volontà del paziente, senza responsabilità civili e penali, però il paziente non può esigere trattamenti contrari alla legge, alla deontologia professionale. Un medico può fare obiezione di coscienza, ma la struttura sanitaria deve in ogni caso attuare la volontà del paziente. Per quanto concerne le nutrizioni ed idratazioni  artificiali l’art. 1 della legge li considera trattamenti terapeutici a tutti gli effetti. Possono quindi essere rifiutati dal paziente, come qualsiasi accertamento diagnostico.

Che cosa sono le Dat (disposizioni anticipate di trattamento)? Sono le volontà in materia di trattamenti sanitari che ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere può manifestare in previsione di una futura impossibilità di esprimersi. Esse sono vincolanti per il medico, a meno che appaiano manifestamente inappropriate o non corrispondenti alla condizione clinica attuale del paziente, oppure qualora sussistano terapie non prevedibili o non conosciute dal paziente all’atto della sottoscrizione delle sue volontà. Come già anticipato siamo ben lontani dal suicidio assistito o dall’eutanasia, si tratta invece di informazione dovuta al paziente e di rifiuto di un accanimento terapeutico. Come ultima considerazione vogliamo citare le parole di papa Francesco: “Oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona”.

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Disastri ambientali: ci risiamo…

Ci risiamo, o meglio, si continua con le ferite inferte alla natura e dalla natura, spesso provocata, restituite all’uomo. Non c’è stagione immune: frane, smottamenti, allagamenti, alluvioni, terremoti, ecc. sono ormai tristi compagni di ogni stagione. Se certi fenomeni non si possono prevedere ed arginare, altri sono indubbiamente da addebitarsi all’egoismo ed all’imprevidenza e stupidità dell’uomo. Non parliamo oggi essenzialmente di prevenzione, anche se essa rimane l’aspetto più importante nella lotta agli eventi naturali catastrofici, soffermiamoci invece sugli sprechi e le esasperate lentezze burocratiche, sempre in campo ambientale. E’ appena uscito il “Rapporto sulla qualità dell’ambiente urbano” redatto dall’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale), che analizza il suolo ed il territorio di 119 città italiane. Dal dossier si evince che dal 1999 al 2016 sono stati stanziati 1,5 miliardi di euro per realizzare 384 interventi urgenti nel territorio delle città sopra citate, ma di tale somma, circa la metà non è stata utilizzata, cause: troppa burocrazia, contenziosi legali, fallimenti delle ditte, mancati collaudi. Alcuni interventi di piccola entità restano fermi perché sforano il patto di stabilità e quindi non possono essere pagati dai Comuni. In parecchi casi poi l’iter procedurale degli appalti e della fase di progettazione blocca tutto. Emblematico il caso dell’Emilia Romagna: la Regione nel 2014 aveva finanziato 100 milioni di euro per lavori tesi al rinforzo degli argini del fiume Secchia, dopo 3 anni ne sono stai spesi solo 30 e quel territorio, come sappiamo, è appena stato allagato. Tutto ciò ha come risultato evidente l’incuria e quindi eventi tragici. A proposito di incuria, ricordiamo che il Nord Italia sta franando. Un volume del CNR ha raccolto e classificato i disastri naturali dal 2005 al 2016 nelle Regioni settentrionali italiane. Sono stati censiti 2125 eventi, alcuni di modesta entità, altri devastanti, in pratica uno ogni due giorni. Si è scoperto così che spesso tali eventi avrebbero potuto non comportare danni, se l’uomo non ci avesse messo del suo, costruendo ferrovie a ridosso della montagna, ponti bassi e stretti, case e capannoni accanto ai corsi d’acqua, ecc. Il risultato è che negli ultimi 10 anni ci sono state 85 vittime. Inoltre, mancando un piano di mitigazione del rischio, si finisce sempre per rincorrere l’emergenza, con un costo 7 volte maggiore rispetto alla azioni di prevenzione. Tra l’altro, le legge che dovrebbe arginare il consumo del suolo, giace da 3 anni in Parlamento. Anche questa è incuria.

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Triste realtà di alcuni dati ISTAT

In queste ultime settimane alcuni dati forniti dall’ISTAT hanno portato un po’ di sereno nel grigio cielo della nostra economia nazionale: la crisi sembra che stia allentando la sua morsa, i posti di lavoro aumentano, almeno quelli a tempo determinato. Non facciamo però in tempo a tranquillizzarci un poco che altri dati giungono beffardi. Nei giorni scorsi un rapporto ISTAT riguardante il 2016 ci dice che  un residente su tre in Italia è a rischio povertà ed esclusione sociale, con un peggioramento rispetto all’anno precedente. Si registra nel contempo una crescita del reddito disponibile per le famiglie, associato però ad un aumento della disuguaglianza economica. In altre parole, la ricchezza aumenta per chi ha già disponibilità economica e non per gli altri.

Quello che non viene pubblicizzato riguarda i cosiddetti lavori “low cost”, che interessano migliaia di persone, mestieri faticosi e pagati malissimo. Sono i settori con retribuzione media annua più bassa, censiti a novembre dall’INPS, un mondo con poche regole e pochissime tutele. Settori in cui non esiste un salario minimo stabilito per legge, ma solo la contrattazione collettiva, spesso aggirata. Si stima che almeno il 12% di tali lavoratori sono sottopagati rispetto ai minimi orari di settore. Si tratta in genere di operai agricoli (ricordiamo in questo settore anche il triste fenomeno del caporalato), di autisti, di lavapiatti nei ristoranti, di camerieri di catering, di fattorini, di postini privati, di badanti, di addetti alle pulizie, di facchini-magazzinieri. La paga va da 4 a 6,50 euro l’ora, nella realtà spesso di meno. Chissà se i nostri politici leggono tutti i rapporti ISTAT ed INPS e non solo quelli che fanno comodo?

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L’etica in banca: sicurezza e guadagno

In Italia il discorso sulle banche è sempre aperto e d’attualità e non certo per motivi di soddisfazione collettiva. Purtroppo alcune banche, oltre ad essere state concause della crisi economica che stiamo vivendo, sono divenute porto sicuro per capitali riciclati, partecipano direttamente od indirettamente ad operazioni azzardate ed hanno messo sul lastrico numerosi risparmiatori, che a loro si sono affidati. Spesso e volentieri la compravendita di titoli, opzioni e derivati prevale sull’attività normale di un istituto di credito, si operano di conseguenza tagli dei crediti ad imprese, famiglie ed ai giovani che vorrebbero iniziare delle attività. Nei mesi scorsi in Italia ha fatto discutere il decreto “salva banche”, con circa 20 miliardi di euro messi a disposizione dallo Stato (e pagati dai cittadini), per evitare crolli e fallimenti e per cercare un qualche risarcimento ai risparmiatori che hanno perso il loro denaro, mal consigliati e mal diretti dagli istituti di credito. In questo periodo opera la Commissione parlamentare sulle banche, non sappiamo finora con quali esiti, speriamo che si possa conoscere qualcosa di utile ed importante prima della tornata elettorale, che manderebbe tutti a casa. Sappiamo che, senza regole chiare ed un auspicato connubio tra etica ed economia, il mercato non può funzionare correttamente ed efficacemente. Occorre un codice etico ed a proposito di etica nel campo bancario, è uscito in questi giorni il primo Rapporto europeo sulla finanza etica e sostenibile in Europa. Le banche etiche sono un settore che vale 715 miliardi di euro, hanno retto meglio alla crisi che ha investito il settore del credito e concedono il doppio di prestiti, a parità di attivo, rispetto alle banche sistemiche, inoltre hanno attenzione all’ambiente e ad un futuro sostenibile. Un settore a lungo snobbato ora sta producendo buoni frutti. Nel 2016 le banche etiche hanno concesso crediti per circa 29 miliardi di euro a decine di migliaia di progetti per l’inclusione sociale, la tutela dell’ambiente, la cultura. Gli investimenti fatti inoltre si basano su criteri di sostenibilità, quindi niente titoli di aziende che producono armi, che prosperano sul gioco d’azzardo, che estraggono petrolio o carbone. Ad oggi le banche etiche si sono confermate le più solide, infatti negli ultimi 10 anni i loro rendimenti sono stati costanti. Come si vede, etica ed economia possono e debbono andare a braccetto.

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Ambiente: l’UE decide per il peggio

L’Europa non è stata capace di dire no al glifosato e lo ha autorizzato ancora per 5 anni, poi si vedrà. Il glifosato è un erbicida collegato, secondo moltissimi studi, ad effetti cancerogeni e a danni ambientali notevoli e viene prodotto dalla nota multinazionale Monsanto. Decisiva è stata la decisione della Germania, stretta tra la crisi di governo e gli interessi di Bayer. Tra il colosso chimico tedesco e la Monsanto è infatti in atto una fusione, operazione da 66 miliardi di euro, che darebbe vita alla società produttrice di pesticidi e sementi più grande al mondo. Per il momento la Commissione UE non ha dato il via al processo di fusione, ma entro il prossimo gennaio dovrà pronunciarsi e la decisione attuale sul glifosato non lascia presagire nulla di buono. Francia ed Italia hanno espresso voto contrario alla proroga, congiuntamente ad altri 7 Paesi, mentre 18 Stati si sono espressi  a favore della stessa. Purtroppo non si è voluto capire che la salute del nostro pianeta e delle persone va salvaguardata, al di sopra di ogni altra considerazione, anche economica ovviamente. Per Greenpeace si tratta di un autentico regalo alle multinazionali, mentre diversi europarlamentari parlano di comportamento scellerato del Parlamento europeo, di solito abbastanza guardingo sui temi ambientali. In Italia resta comunque il divieto introdotto dal ministero della Salute riguardante l’uso del glifosato nelle aree frequentate dalla popolazione, quali parchi, campi sportivi, zone ricreative, aree versi interne, ecc. ed anche in campagna in pre-raccolta. L’Associazione degli agricoltori, dal canto suo, chiede uno stop alle importazioni di prodotti agricoli che, sul fronte del glifosato, danno meno garanzie rispetto ai cibi italiani, come il grano proveniente dal Canada, dove viene fatto un uso intensivo di glifosato nella fase di pre-raccolta per seccare e garantire artificialmente un livello proteico elevato. Ancora una volta si dimostra che i soldi (che ovviamente vanno a finire nelle tasche di pochi) valgono più della vita.

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A quando lo ius soli?

In tutt’altre faccende affaccendati (leggi elezioni)… alle leggi importanti… con quel che segue. Un dato uscito in questi giorni dice che sono 103 le leggi cosiddette “incompiute”, cioè leggi ferme perché approvate in un solo ramo del Parlamento. Ricordiamo qualche provvedimento importante: abolizione dei vitalizi – legge sullo ius soli – sul testamento biologico – sulla legittima difesa – sulla riforma dei partiti, che attua l’art. 49 della Costituzione. Considerato che il problema dell’immigrazione, oltre ad essere “attualissimo” da alcuni anni (sembra un non senso, ma è così), riveste notevole importanza, non solo per i diretti interessati, ma anche per tutti noi (Paesi europei), ci sembra opportuno soffermarci ancora sulla mancata approvazione della legge sullo ius soli. E’ ovvio che la crisi socio-economica ha aumentato le diseguaglianze, acuito l’insicurezza per il futuro e fatto scemare lo spirito di solidarietà, producendo ulteriore guerra fra poveri, il tutto a fronte di un’aumentata presenza di immigrati. Però, se la solidarietà entra in crisi, sono poi a rischio i diritti e non solo quelli sociali. Secondo Bauman siamo in un’epoca in cui non si negano ufficialmente i diritti, ma li si fanno valere solo per sé o per i “propri”. A proposito di ius soli, mons. Galantino, segretario della CEI, sostiene i seguenti punti, sui quali concordiamo: a) i diritti (ed anche i doveri) possono essere garantiti solo in un clima di dialogo e di incontro; b) sui migranti dilaga purtroppo la disinformazione: c) una politica migratoria non può non prevedere una legittima regolamentazione all’ingresso, il facile accesso ai servizi di base, la tutela dei lavoratori e delle loro famiglie, fino ad arrivare alla protezione sociale e internazionale, ai ricongiungimenti familiari, alla partecipazione e alla cittadinanza; d) lo ius soli è uno strumento molto importante che garantisce diritti, esige doveri e pone condizioni. Non è, come qualcuno continua a dire, un “regalo” immeritato. Non lasciamoci rubare il diritto e scippare la gioia di impegnarci e di decidere per il bene comune, conclude mons. Galantino.

Sempre a proposito di realtà e di informazione, un duro attacco alla politica europea e soprattutto italiana sui migranti è giunta dall’Alto Commissariato per i diritti umani dell’ONU, che ha definito “disumana” la collaborazione tra UE e Libia per la gestione dei flussi migratori dall’Africa. “La sofferenza dei migranti detenuti in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità”. Secondo l’ONU la comunità internazionale non può continuare a chiudere gli occhi sugli orrori inimmaginabili sopportati dai migranti in Libia e pretendere che la situazione possa progredire solo migliorando le condizioni di detenzione. Gli osservatori del’ONU sono rimasti sconvolti da quanto visto in Libia: uomini, donne e bambini traumatizzati, ammassati uno sull’altro in capannoni, spogliati di ogni dignità. Addirittura, è notizia recentissima, siamo tornati alla schiavitù, alla vendita di persone umane. Tutto ciò richiede più di una semplice riflessione.

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Verso le elezioni: riflessioni utili

Dopo il voto in Sicilia ed in attesa delle elezioni politiche, qualche riflessione sullo stato attuale della nostra vita politica può risultare utile. Ce ne fornisce lo spunto un’intervista a Gustavo Zagrebelsky, valutiamone qualche significativo passaggio. Zagrebelsky parla di una fase di “impolitica” per i cittadini italiani. Mentre l’antipolitica è comunque un atteggiamento attivo contro i partiti ed i politici di professione, l’impolitica, al contrario denota un atteggiamento passivo, di stanchezza. Segnale importante è l’astensionismo dal voto, non solo, dice Zagrebelsky, di quantità, ma anche di qualità, perché favorisce la corruzione politica, inaridendo il voto d’opinione. La gente si astiene dal voto, ma non altrettanto fanno gli scambisti di voti e di favori: fatto grave per la nostra democrazia. Per quanto riguarda la nuova legge elettorale, il Rosatellum, Zagrebelsky sottolinea che tra tutte le leggi, quella elettorale dovrebbe essere fatta per i cittadini elettori, ma i partiti l’hanno usata per tutelare i propri interessi. Occorrerebbero dei correttivi, ormai difficili da mettere in campo. In realtà esistono per questo due istituzioni: la Corte Costituzionale ed il Presidente della Repubblica. L’intervento della Corte, peraltro difficile, sarebbe comunque tardivo perché arriverebbe dopo le elezioni e purtroppo una giurisprudenza assurda ha detto che un Parlamento eletto con una legge incostituzionale può tranquillamente proseguire la sua opera. Dal canto suo il Presidente della Repubblica non ha rilevato nella nuova legge motivi di incostituzionalità. A questo proposito Zagrebelsky cita però un esempio, il voto unico, in base al quale un elettore vota per il candidato nel collegio uninominale e si trascina dietro una lista di nomi nelle liste proporzionali per i quali magari non vorrebbe votare. Certo, al punto in cui si era giunti, il Presidente della Repubblica difficilmente poteva rinviare la legge alle Camere, sarebbe stato utile muoversi prima, predisponendo paletti di un’onesta legge elettorale. Sulla questione di fiducia posta dal governo, Zagrebelsky è chiaro: “non c’è stata violazione di alcuna norma costituzionale, però la vita politica non è fatta solo di legittimità ma anche di correttezza costituzionale e talora la scorrettezza è anche più grave dell’illegittimità. E’ un chiaro caso di abuso del diritto”. In pratica si è trattato di un pretesto per imporre il voto palese a un Parlamento riottoso. Come al solito le parole di Zagrebelsky fanno riflettere.

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Fame e protezione umanitaria

Una delle cause principali da cui scaturisce il fenomeno migratorio è la fame. La sofferenza dei migranti comincia certamente prima che giungano da noi. Il  numero delle persone, che nel mondo soffrono la fame, quest’anno è passato da 777 a 815 milioni. Quando parliamo di fame però non dobbiamo pensare solo a coloro che letteralmente muoiono per mancanza di cibo, ma anche a quella che viene definita “fame nascosta”, cioè la malnutrizione. A ciò va collegata una malattia che nel mondo colpisce un bimbo su quattro: il rachitismo, che blocca non solo lo sviluppo fisico, ma anche quello emotivo e cognitivo, con conseguenze devastanti, perché un bambino rachitico non potrà mai raggiungere il suo pieno potenziale. Un Paese dove i cittadini non possono raggiungere un’adeguata alimentazione è escluso a priori, non solo dal raggiungimento del benessere, ma anche dalla democrazia. Occuparsi della malnutrizione implica un approccio diverso rispetto a quanto richiede il problema della fame conclamata, ma si tratta di difficoltà superabili, se si sceglie la via dell’aiuto concreto e non del respingimento. Purtroppo l’Europa e l’Italia hanno scelto nei confronti dei migranti, che si muovono spinti dalla fame e dalla povertà, una via spiccia, ma egoistica, appunto il respingimento. Nazarena Zorzella, avvocato e fondatrice dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, denuncia tale scelta, che non paga anche per un altro motivo, vale a dire il fatto che parecchi migranti fanno ricorso avverso il respingimento per le motivazioni sopra citate e spesso lo vincono. Zorzella sposta l’argomento sul piano giuridico e rileva che le commissioni territoriali, deputate a scegliere se concedere o meno la protezione umanitaria, adottano un approccio politico nei confronti della questione dei richiedenti asilo e decidono la posizione di un migrante secondo categorie che non sono giuridiche. Un rilievo viene elevato anche nei confronti del decreto Minniti-Orlando, che ha eliminato un grado di giudizio: “Se i ricorsi vengono vinti dai migranti, meglio eliminare direttamente una parte di questi ultimi”. A questo punto non ci resta che ricordare l’art. 10 della nostra Costituzione, che parla proprio dell’accoglienza dovuto allo straniero, al quale sia impedito nel proprio Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche. E come può un essere umano, che vive in estrema povertà, considerarsi libero? I padri costituenti hanno visto lontano…

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Chiarezza sull’autonomia regionale

Il referendum sull’autonomia effettuato in Lombardia e Veneto lo scorso 22 ottobre ha dato per gli organizzatori risultati soddisfacenti: affluenza in Veneto intorno al 57% ed in Lombardia al 37%, con la stragrande maggioranza dei votanti che hanno optato per il sì. Facciamo un poco di chiarezza sulle richieste di questo voto referendario: a) parlare di autonomia è abbastanza fuorviante, in quanto non si tratta di creare regioni autonome a statuto speciale, bensì di modificare le competenze, allargandole ad altre materie. Per costituire una regione a statuto speciale, non basta, come dice provocatoriamente Zaia, aggiungere la parola “Veneto” all’art. 116 della Costituzione, occorre modificarla, con tutto l’iter che ne consegue; b) è vero che i cittadini pagheranno meno tasse? anche su questo punto bisogna dire di no. Le due Regioni potranno ottenere maggiori competenze su materie prima gestite dallo Stato, in questo caso esse si terranno i soldi per gestire le nuove competenze, ma parallelamente lo Stato non spenderà più denaro per gestire le stesse competenze. Sicuramente poi anche il residuo fiscale (la differenza fra quanto una regione dà e quanto ne ricava in cambio) non verrà restituito per intero e probabilmente nemmeno per la metà, perché è difficile quantizzare quanto Roma spende per un territorio; c)  quali vantaggi potrebbero derivare dal referendum? se alcune competenze verranno attribuite alle regioni e queste amministreranno bene, si avrà sicuramente un aumento dell’efficienza; d) era necessario indire un referendum per ottenere quanto detto? certamente no. L’Emilia-Romagna, senza spendere soldi per il referendum, ha raggiunto un’intesa con il governo per avere competenze su alcune materie. E’ ovvio che il referendum aveva anche intendimenti propagandistici in vista delle prossime elezioni politiche; e) che cosa succede ora? le due Regioni dovranno adottare una delibera in cui indicare le materie su cui rivendicano competenza e quindi avviare trattative con il governo. L’eventuale intesa dovrà poi diventare proposta di legge, che il Parlamento sarà chiamato ad approvare con voto a maggioranza assoluta.

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Non solo stupri, ma anche ricatti sessuali

La vicenda Wernstein è rimbalzata con grande evidenza anche nel nostro Paese. I ricatti sessuali sul lavoro sono una tremenda realtà anche in Italia: più di un milione di donne li ha subiti quando cercavano lavoro, volevano far carriera o svolgevano il loro lavoro di libere professioniste. La perversa logica di Wernstein era “sono abituato a fare così, tu non fare storie” ed è la stessa di molti uomini in Italia, logica di stupido possesso. Solo lo 0,7 delle donne denuncia tali fatti, d’altro canto difficilmente ci sarebbero testimoni a loro favore, per la paura di essere ricattati a loro volta. Purtroppo l’Italia è ancora inadempiente al riguardo: non abbiamo una norma specifica che interessi i reati sessuali sul lavoro. La legge sulla violenza sessuale del 1996 non interviene quando si ha a che fare che con le pesanti allusioni quotidiane, che alla fine fanno passare la vittima come donna di facili costumi. Siamo di fronte ad un vigliacco ricatto che tende a costringere la donna ad obbedire. Manchiamo come Paese di un’altra legge di grande civiltà. Fino a quando?

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