Aree a rischio ambientale

Vengono definite “aree ad alto rischio ambientale” e rappresentano una minaccia alla salute di circa 6 milioni di italiani. L’Istituto superiore di sanità con il recente studio “Sentieri” le ha prese in esame. Qualche dato: 1200 i decessi annui in più rispetto alle normali medie nazionali – nelle aree contaminate dall’amianto nel periodo 2003/2008 si è registrato un aumento del 30% di decessi da tumore della pleura – del 100 per 100 è l’aumento dei carcinomi al fegato nelle zone degli inceneritori –
a Taranto il camino “E 132” dell’ILVA ha rivelato una tossicità pari a quella di 10.000 inceneritori messi insieme e si è dovuto aspettare l’allarme dell’ISS affinchè i politici locali e nazionali capissero la tragica situazione. Eppure ancora oggi i bambini dell’ILVA non hanno a disposizione neppure un reparto pediatrico ematologico, devono recarsi a Roma o affidarsi alla generosità ed all’impegno del primario del Moscati ed a quello dei volontari.
Da sottolineare che i controlli sulle aree a rischio ambientale sono stati avviati dove c’è stata una precisa indicazione dei decreti del Ministero dell’ambiente e solo dove era presente un registro tumori,
come dice Loredana Musumeci, direttrice del Dipartimento ambiente e prevenzione dell’ISS.
Le bonifiche realizzate o “annunciate” non hanno prodotto effetto e l’Italia da risanare è ben più ampia di Taranto o della “terra dei fuochi”. Sembra invece, guarda caso, che ci siano autorizzazioni per trasformare poligoni di tiro militari (zone inquinate) in aree industriali.
La strada da percorrere è quella di una legge seria, che persegua i reati ambientali e che intraprenda bonifiche ed esami diagnostici nelle zone a rischio.
Viene prima il denaro ( magari camuffato da ripresa economica), che poi solitamente va a finire nelle tasche di pochi, o la salute della popolazione?

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