Diritto o giustizia?

La sentenza della Cassazione sul processo Eternit (prescrizione) ha sicuramente lasciata sconcertata l’opinione pubblica italiana. Qualcuno ha tenuto in conto che anche una sentenza di condanna non avrebbe fatto del tutto giustizia, in quanto uno degli imputati è ormai scomparso e l’altro se ne sta al sicuro in Svizzera e pure sotto il profilo economico (risarcimento) sarebbe ben difficile far arrivare i soldi dall’estero. Fra le varie decisioni possibili, condanna, assoluzione, prescrizione, quest’ultima è forse la cosa peggiore che ci si potesse attendere. La prima sezione penale della Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza della Corte d’Appello di Torino, che aveva condannato a 18 anni per disastro doloso l’unico imputato rimasto. Due dati riassuntivi: i morti per mesotelioma pleurico tra il 1952 ed il 2008 sono stati 2191 – 55 circa i morti che si susseguono ogni anno e non si sa per quanto tempo ancora. Sembra proprio che le ragioni del diritto vincano su quelle della verità e che i cavilli legali abbiano la meglio sulla giustizia. Quest’ultimo periodo non è certo stato facile per la nostra Giustizia, vedi l’assoluzione degli imputati al processo di Stefano Cucchi, la sentenza dell’Aquila, il processo per le minacce a Roberto Saviano. Per il processo Eternit, come ha detto il sostituto Procuratore generale, tra diritto e giustizia si è scelto il diritto. Ma cerchiamo, se possibile, di capire meglio. In questo processo l’omicidio non è imputato contestualmente all’accusa di disastro ambientale, questo forse il primo passo che ha orientato la Cassazione. La Procura di Torino aveva contestato infatti il delitto di disastro. Sentiamo però in proposito Carlo F. Grosso ” si tratta di un reato che si realizza quando viene cagionato un evento dirompente di vaste proporzioni che crea una situazione di pericolo per la vita o l’integrità fisica di un numero indeterminato di persone. E’ pacifico che a realizzare tale delitto non è necessario che si verifichi la morte o la lesione personale di qualcuno, ma è sufficiente che taluno, cagionando l’evento distruttivo, faccia sorgere il rischio che un numero indeterminato di persone rimanga ucciso o ferito. Se per effetto del disastro si verifica la morte o la malattia di qualcuno, con il delitto di disastro concorreranno quelli di omicidio o di lesioni personali”. Altro problema: in quale momento il reato di disastro cessa? Seguiamo ancora Grosso: “secondo l’interpretazione maggioritaria della Cassazione ciò si verificherebbe quando le condotte che cagionano la situazione di pericolo vengono a cessare ( ad esempio quando l’attività nociva viene interrotta). Secondo un’interpretazione minoritaria, la persistenza dell’insorgere di malattie o del verificarsi di decessi impedirebbe invece di considerare concluso il fatto disastroso… In questa prospettiva il delitto di disastro verrebbe meno soltanto quando si sia verificato l’ultimo decesso o l’ultima malattia collegata alla situazione di pericolo. La spiegazione tecnica di quanto è avvenuto nella vicenda Eternit risiede tutta in questa divergenza di interpretazione”. Presumibilmente la Cassazione ha tenuto conto che gli stabilimenti Eternit sono stati chiusi nel 1986 e non del fatto che le morti per mesotelioma continuano ancora oggi.  Una domanda: poteva la Cassazione decidere diversamente? E’ difficile rispondere, ma data l’eccezionalità della situazione e le profonde ragioni di giustizia sostanziale, crediamo di sì. Tanto più, come suggerisce G. Zagrebelsky, che “al di sopra delle leggi c’è la Costituzione e una Convenzione europea dei diritti umani che impone agli Stati di proteggere efficacemente la vita delle persone, anche con la repressione penale… E’ lecito chiedersi se davanti ai giudici non c’era una scelta ragionata e seriamente argomentabile, tra una interpretazione che metteva d’accordo diritto e giustizia e un’altra che proclamava summum jus, summa injuria”. Possiamo inoltre affidarci ad un paragone, anche se come tutti i paragoni non è completamente calzante. Se un dipendente terminasse in ritardo il proprio lavoro, l’azienda sarebbe chiamata a pagare le penali stabilite e l’interessato verrebbe ammonito o, se reiterato nella propria negligenza, licenziato. Consideriamo la prescrizione come un lavoro non terminato, che cosa dovrebbe succedere? Certo è doveroso ed urgente cambiare le regole della prescrizione, approvata dal centrodestra nel 2005( legge ex-Cirielli), però non si tratta solo di questo, occorre anche una legge per introdurre chiaramente nel codice penale i reati ambientali. Concludiamo con una amara domanda: si possono prescrivere la verità e la giustizia?

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