Ponte Morandi: fatti, non propaganda

A poche ore, forse anche meno, di distanza dal crollo del ponte Morandi a Genova, i nostri due vice-presidenti del Consiglio hanno parlato di revoca della concessione ad Autostrade per l’Italia, di “chi sbaglia paga”, il tutto senza ovviamente conoscere le cause che hanno determinato il crollo della struttura. Ora, in un Paese civile è sacrosanto che chi negligentemente commette errori a causa dei quali inoltre, come a Genova, perdono la vita decine di persone, debba pagare, ma le colpe vanno provate, anche perché quelle prove potrebbero servire ad evitare altri disastri. In un Paese civile poi tale iter va svolto bene e celermente. Se ciò non avviene, ci troviamo di fronte a semplice propaganda di una politica che è stata definita “populista” e “sovranista”. Tale politica implica tre passaggi, come ben illustra Giovanni Orsina (La Stampa,17 agosto 18): “essa deve rispondere istantaneamente a qualsivoglia esplosione emotiva dell’opinione pubblica. La risposta, in secondo luogo, deve identificare un capro espiatorio contro cui l’indignazione possa sfogarsi. Infine la politica deve garantire che il capro espiatorio sarà sacrificato… La rapidità con la quale questa trappola politica e comunicativa deve scattare è, ovviamente, del tutto incompatibile con la ricerca delle responsabilità, tanto più quando ci si trovi davanti a una questione complessa come il crollo del ponte Morandi… I Paesi civili puniscono i colpevoli, quelli barbari sacrificano i capri espiatori”. Inoltre, ci chiediamo: la colpa è proprio solo della società Autostrade? Stefano lepri (La Stampa, 18/08/18) sintetizza così: “In concreto se la società Autostrade ha sbagliato, lo ha potuto fare a causa del rapporto non trasparente, ambiguo, tra Stato e privati che ha contraddistinto il regime delle concessioni autostradali. E se qualcuno ha contestato le concessioni, è stata la Commissione di Bruxelles, con ricorsi alla Corte di giustizia europea”. Ricordiamo a proposito il decreto “salva Benetton” varato da Berlusconi e votato dalla Lega compatta, Salvini compreso, che in pratica eliminava la prescrizione di severi controlli sulle strutture. Continua Lepri: “Nulla impediva di riformare  le strutture di controllo inefficaci che per conto dello Stato sorvegliano investimenti e manutenzione… I nuovi statalisti attaccano le privatizzazioni del passato anche per addossarne la colpa all’Europa. Falso. Alle istituzioni europee dobbiamo invece misure di apertura del mercato che hanno aiutato i cittadini a pagare meno certi servizi. Se alcune privatizzazioni deludono è perché chi le ha governate è riuscito ad offrire posizioni di rendita a imprese amiche… La corruzione prospera sia nelle aziende interamente pubbliche, sia nei rapporti clientelari tra potere pubblico e privati, che, se piccoli, gareggiano per ottenere i favori dei politici, se troppo grandi, possono asservirli”. Cambiare le regole può essere utile, però ricordiamo anche che le nostre autostrade sono malconce, tanto che viaggiare diventa spesso un rischio. La Liguria poi è in condizioni di emergenza da diversi anni e nessuno è riuscito a porvi rimedio. Facciamo nostre le considerazioni formulate da Marcello Sorgi: “Scaricare tutto sui Benetton, che dovranno comunque rispondere in un normale processo, si può, ma seguendo le regole dei contratti e rispondendo a qualche domanda: chi si prenderà cura delle macerie del ponte Morandi, probabilmente da demolire per intero? e del resto della rete autostradale? chi e quando ridarà la casa ai senza tetto? chi bandirà gli appalti e con quali fondi? Qualcuno al governo se ne è accorto, specie dopo l’offerta di Autostrade: mezzo miliardo per la ricostruzione del ponte e per pagare i danni, così si comincia a dire che l’eventuale revoca della concessione non va discussa oggi. Inoltre, ci chiediamo perché dopo tale disastroso evento non si debba prendere decisamente in considerazione anche la riforma della burocrazia. Un piano di manutenzione su tutta Italia richiede un enorme sforzo economico, ma con quali risorse? Il ministro Tria si è accorto che esistono fondi già stanziati, ma paralizzati per motivi burocratici. Solo negli ultimi sette anni l’Italia ha ricevuto 14,5 miliardi di euro per strade e ferrovie, soldi che andrebbero spesi subito, per evitare ancora che tutto si risolva in un’inutile propaganda.

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