Spesa pubblica e DEF

Parte dei proventi necessari alle varie manovre economiche il governo spera di ricavarli dai tagli alla spesa pubblica. Cosa giustissima, laddove ci sono sprechi. Il miglioramento dell’efficienza della PA però non passa solo dalla riduzione degli sprechi, perchè nello stesso tempo occorrono investimenti. Può sembrare paradossale, ma non lo è. Una spending review che funzioni veramente toglie risorse a settori improduttivi o ad altri dove ce ne sono troppe, per destinarle a settori importanti per i cittadini. Se confrontiamo i dati della nostra PA con altri a livello internazionale, scopriamo tre aspetti: a) non è vero che i funzionari pubblici in Italia sono troppi (nell’ultimo decennio sono diminuiti di 160.000 unità), abbiamo 58 dipendenti ogni 1000 cittadini, in Germania 56 ed in Francia 80 –         b) abbiamo  però il tasso più alto di dipendenti pubblici con oltre 50 anni – c) dobbiamo rivedere il problema delle retribuzioni dirigenziali, squilibrate e sproporzionate tra i diversi comparti. Crediamo perciò che nel suo cammino il governo dovrà tenere conto, oltre a quanto illustrato, anche delle necessità dell’innovazione, come pure della difficoltà di cambiamento in una organizzazione vecchia.

Il DEF varato l’8 aprile scorso dal CDM vede la luce in un momento favorevole, vuoi perchè a livello internazionale comincia ad affacciarsi un contenuto ottimismo, vuoi per le attese positive degli operatori economici e degli altri governi UE nei confronti del nostro. Sulle proposte governative si può discutere, a questo punto però c’è da augurarsi che non si tratti di un documento elettorale. Sappiamo bene che la misura di popolarità immediata – come dice S. Lepri – gli sgravi fiscali Irpef ai redditi bassi non produrranno grandi risultati economici a breve termine; occorre che si faccia anche tutto il resto, compreso le riforme politiche. “Nel concreto – suggerisce Lepri – 4 miliardi e mezzo di tagli alle spese pubbliche in otto mesi sono un traguardo ambiziosissimo. Ridurre le spese, tolta la parte facile delle auto blu e degli stipendi d’oro, comporta decisioni parecchio impopolari, ardue in campagna elettorale. Più si rinviano le scelte a dopo il 25 maggio più si rischia di non raggiungere l’obiettivo”. E a conclusione: “A dispetto delle invettive contro la rigidità delle regole europee, il documento approvato (DEF) segna la quarta volta che gli obiettivi vengono revisionati, dal terribile autunno 2011. Il pareggio di bilancio “strutturale” che all’origine doveva essere raggiunto l’anno scorso, slitta ancora al 2016. Meglio così. La rincorsa demagogica a dar colpa all’Europa ha forse perso altro fiato”.

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