Tragedie dell’incuria

All’inizio di questo mese la cronaca ha riportato l’assurda morte di Salvatore, colpito alla testa da calcinacci caduti dalla facciata della Galleria Umberto I° a Napoli.
Morire di “mancata manutenzione” in Italia succede spesso. E spesso a queste morti si attribuisce l’etichetta di tragica fatalità: incosciente ed irrazionale scusante. Chi ha qualche anno sulle spalle ricorderà la tragedia della diga del Vajont, con interi paesi spazzati via. Nel 2009 un treno merci è piombato con i suoi vagoni cisterna sulla stazione di Viareggio: 33 morti. Nel 2013 sulle ferrovie italiane si sono contati 100 incidenti classificati come “gravi”, oltre un terzo dovuti a scarsa manutenzione. Nel 2008 in un liceo di Rivoli la caduta di un controsoffitto ha causato la morte di uno studente. Si tratta di pochi esempi diversi tra loro per gravità e circostanze, ma accomunati da una parola: incuria, oltre ad inosservanza delle regole e del buon senso. Viviamo in un Paese dove i controlli e le messe in sicurezza sembrano degli optional.
A Napoli i legali della famiglia di Salvatore hanno sottolineato che il ragazzo “è stato ucciso dalle inadempienze, dalla pigrizia, dall’indifferenza, dall’egoismo e dalla stupidità degli uomini. Ucciso perchè la sicurezza e la prevenzione vengono definite un costo”. Queste frasi possono adattarsi ad ogni tragedia dell’incuria, che in Italia miete centinaia di vittime ogni anno.
La manutenzione è lavoro costante, quotidiano. Siamo in un Paese che rischia di cadere a pezzi, senza che ci si preoccupi delle conseguenze. Incuria: ecco un “riforma” da affrontare.

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