Triste realtà di alcuni dati ISTAT

In queste ultime settimane alcuni dati forniti dall’ISTAT hanno portato un po’ di sereno nel grigio cielo della nostra economia nazionale: la crisi sembra che stia allentando la sua morsa, i posti di lavoro aumentano, almeno quelli a tempo determinato. Non facciamo però in tempo a tranquillizzarci un poco che altri dati giungono beffardi. Nei giorni scorsi un rapporto ISTAT riguardante il 2016 ci dice che  un residente su tre in Italia è a rischio povertà ed esclusione sociale, con un peggioramento rispetto all’anno precedente. Si registra nel contempo una crescita del reddito disponibile per le famiglie, associato però ad un aumento della disuguaglianza economica. In altre parole, la ricchezza aumenta per chi ha già disponibilità economica e non per gli altri.

Quello che non viene pubblicizzato riguarda i cosiddetti lavori “low cost”, che interessano migliaia di persone, mestieri faticosi e pagati malissimo. Sono i settori con retribuzione media annua più bassa, censiti a novembre dall’INPS, un mondo con poche regole e pochissime tutele. Settori in cui non esiste un salario minimo stabilito per legge, ma solo la contrattazione collettiva, spesso aggirata. Si stima che almeno il 12% di tali lavoratori sono sottopagati rispetto ai minimi orari di settore. Si tratta in genere di operai agricoli (ricordiamo in questo settore anche il triste fenomeno del caporalato), di autisti, di lavapiatti nei ristoranti, di camerieri di catering, di fattorini, di postini privati, di badanti, di addetti alle pulizie, di facchini-magazzinieri. La paga va da 4 a 6,50 euro l’ora, nella realtà spesso di meno. Chissà se i nostri politici leggono tutti i rapporti ISTAT ed INPS e non solo quelli che fanno comodo?

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