Israele, sanzioni contro i coloni: l’Italia resta a guardare

E’ ormai un fronte internazionale sempre più grande quello che vuol colpire economicamente l’espansione dei coloni israeliani in Cisgiordania. Dodici nazioni: Gran Bretagna, Francia, Canada, Danimarca, Finlandia, Norvegia, Islanda, Irlanda, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia hanno dichiarato di voler introdurre restrizioni nazionali al commercio dei prodotti provenienti dagli insediamenti coloniali israeliani nei territori palestinesi occupati e denunciano l’escalation della violenza dei coloni contro i palestinesi. L’Italia non è con i dodici, al momento, col suo atteggiamento, si colloca dalla parte del governo Netanyahu. I dodici Paesi chiedono ad Israele di fermare subito l’espansione degli insediamenti dei coloni e di assicurare alla giustizia i responsabili delle violenze contro i Palestinesi, inoltre si oppongono a qualsiasi iniziativa che possa condurre all’annessione dei territori palestinesi o allo sfollamento forzato della popolazione. A Londra il Ministro degli Esteri ha parlato di una situazione di ” pulizia etnica “. La Gran Bretagna ha anche annunciato misure contro aziende e persone coinvolte nella costruzione, nelle infrastrutture, nei finanziamenti e nelle attività immobiliari legate agli insediamenti. E l’Italia? Roma ha scelto di non aderire all’iniziativa dei dodici Paesi. Il ministro Tajani ha detto che l’Italia preferisce che eventuali sanzioni vengano decise collettivamente dall’UE. Una spiegazione di comodo che non nasconde una politica incline a non riconoscere i diritti del popolo Palestinese. Il dato politico che conta è che, mentre dodici Paesi scelgono di adottare misure di restrizione al commercio con i coloni, l’Italia si chiama fuori. Da notare che diversi Paesi firmatari della dichiarazione sono membri UE ed hanno deciso di procedere anche senza una decisione della UE stessa. Scegliendo di non aderire l’Italia dimostra di non operare concretamente contro chi viola i diritti umani ed internazionali.

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