In un tempo di crescenti diseguaglianze economiche, il dibattito sulla giustizia fiscale interroga, non solo il legislatore, ma anche la coscienza collettiva. Una chiave di lettura alternativa è stata data da papa Francesco con una riflessione sulla necessità che le strutture economiche siano orientate al bene comune e che la legalità sia finalizzata alla giustizia distributiva. In Italia l’articolo 53 della Costituzione sancisce il dovere di concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva, abbiamo cioè una visione solidaristica dello Stato democratico. Su questa base papa Francesco invita a riflettere sulla fiscalità come strumento di vicinanza sociale, che pretende però un fisco che ascolti, comprenda e valuti le specificità soggettive e i contesti economici. Il rispetto delle regole fiscali non può essere fondato esclusivamente sul deterrente. Se il cittadino si sente rispettato, incluso, anche l’obbligo fiscale si trasforma in atto di partecipazione alla comunità. Di contro l’evasione fiscale non è solo una violazione della legge, ma essa rompe il patto sociale e aggrava le disuguaglianze. Stime recenti danno cifre sull’evasione vicine ai 100 miliardi annui. L’invito del Papa è quello di tenere uniti legalità e prossimità, rigore e compassione, diritto e giustizia. La fiscalità dunque appare come specchio della nostra idea di comunità. In Italia di fronte ai dati sulle dichiarazioni dei redditi rimaniamo certo colpiti dagli squilibri tra chi paga le tasse e chi no. Chi paga? Lavoratori dipendenti pubblici e privati, pensionati, imprenditori che si tengono in regola. C’è asimmetria del sistema fiscale ai danni, non solo dei ceti medi, i cui salari sono tagliati alla fonte, ma di tutto il Paese nel suo complesso. Abbiamo una economia sommersa, che secondo il Censis è di 197,6 miliardi di euro, pari al 2% del Pil. Un’evasione così alta sottrae capitali ai servizi pubblici essenziali, alle nuove famiglie, agli investimenti, comprimendo i salari ed invogliando i nostri giovani ad andare all’estero. E’ dunque indispensabile comprendere l’importanza della fiscalità equa, per raggiungere e promuovere la solidarietà all’interno della società. Tale fiscalità garantisce che gli individui e le imprese contribuiscano con quota equa a sostenere i beni ed i servizi pubblici. Accanto all’equità occorre pure una giusta ridistribuzione: l’onere delle tasse deve essere distribuito equamente tra individui ed imprese. Questo significa che chi guadagna di più od ha maggior ricchezza, nei confronti delle tasse, deve contribuire con una percentuale più elevata del reddito. Se attua sistemi fiscali progressivi, in cui le aliquote fiscali aumentano con i livelli di reddito, il Governo può ridistribuire la ricchezza dai ricchi ai poveri, riducendo le disparità di reddito e promovendo la coesione sociale. Si tratta di considerazioni che costringono a riflettere anche sulla flat tax, in quanto, con la graduale differenziazione dei redditi lordi, i criteri di equità inducono ad accentuare la progressività dell’imposta personale. Pure l’idea di una imposta sui grandi patrimoni non è disancorata dalla realtà. Il nuovo prelievo sostituirebbe le attuali patrimoniali ( vedi IMU sulle case non di residenza, imposta sui conti correnti, e sui depositi titoli ) e graverebbe solo sui cittadini italiani più facoltosi. Non toccherebbe certo i lavoratori dipendenti ed i pensionati, che insieme versano l’85% dell’Irpef, mentre i redditi da capitale finanziario ( interessi sui titoli di Stato, dividendi, plusvalenze ) e i ricavi da affitto di immobili sono sottratti alla tassazione progressiva e sottoposti a imposte sostitutive piatte più basse delle normali aliquote. Pure i prelievi sugli extraprofitti rientrano in quest’ottica. La tassazione di solidarietà permette di raggiungere l’equità fiscale e di lavorare per un futuro più giusto. Altri aspetti da rivedere sono: la mancanza di controlli efficaci – la carenza di collegamenti tra database pubblici ed istituti di credito – ritardi nell’adozione di strumenti tecnologici avanzati – produzione di nuove norme spesso create per rispondere ad emergenze, invece che per delineare uno scenario stabile – scarso collegamento tra enti e livelli istituzionali – paura da parte dei politici di toccare un tasto che può provocare perdita di consenso elettorale. Considerato che ormai siamo entrati praticamente in periodo di propaganda elettorale, pensiamo che un buon programma di governo dovrebbe mettere in primo piano la questione fiscale, legandola al futuro delle nuove generazioni ed alla competitività del sistema Paese.

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