Per una politica costruttiva

Stiamo vivendo oggi un momento di poche certezze e di molto disorientamento. Molta gente si sente lontana dal potere, perché a questo potere è venuta meno l’autorevolezza, lacuna che qualcuno oggi cerca di mascherare con inutili impuntature ed atti di forza. Regna un clima di sfiducia, il Paese reale non si sente più adeguatamente rappresentato. Per ridare valore alla politica, chi governa deve dimostrare che alla base di ogni scelta sta il rispetto per l’uomo. La parola chiave in base alla quale operare, deve essere giustizia, che è pure presupposto di libertà. Fare politica significa promuovere il bene comune, non a caso papa Francesco definisce la politica “ alta forma di carità “ in quanto appunto servizio di dedizione per il conseguimento del bene comune della società. Servizio quindi, non serva di ambizioni individuali o istituzione di centri di interesse. Punto di riferimento del servizio è, come detto, il bene comune, mancando il quale le aspirazioni dei singoli e della società non troverebbero lo spazio civile in cui svilupparsi ed operare. Certo il servizio in politica va accompagnato anche dal potere, ma indirizzato sempre al bene sociale e basato sulla giustizia. Non serve “ mostrare i muscoli “, picchiare equivale a semplificare i problemi. Lo si fa quando si è incapaci di regolamentare, di educare, di dialogare, allora si cerca unicamente di stroncare. La voglia di “ordine” che può aprire pericolose prospettive, se cavalcata ad arte, nasce dall’insicurezza in cui si trovano i cittadini, insicurezza che significa anche incertezza per il futuro. La strada da percorrere, per chi governa, non è quella della forza, ma quella delle riforme. Occorrono persone che sappiano nutrire e diffondere speranza, che non si lascino spaventare dai grandi poteri finanziari e mediatici, che comprendano le necessità e le sofferenze della gente. Per farsi comprendere dalle persone, non basta essere vicini alla gente, ma occorre essere popolo: sentire come il popolo, soffrire con il popolo, sperare con esso; i problemi dei cittadini devono diventare i problemi dei governanti. Non si ottiene la fiducia della gente e nemmeno si acquistano voti, ricorrendo a formule o ad alchimie politiche. Come già ampiamente accennato, l’obiettivo primario è il benessere delle persone. Quando don Sturzo si appellava agli uomini “ liberi e forti “ non parlava certo con lo scopo primario di accaparrarsi voti. Per quanto riguarda l’economia, che è solo un settore della politica – è bene ricordarlo sempre – chi governa deve saper incrementare lo sviluppo economico, però attraverso una crescita sostenibile, che tenga presente il dramma della povertà, che miri all’equità, all’inclusione, così da eliminare la disuguaglianza sociale. Dobbiamo incamminarci verso democrazie mature, partecipative, senza le piaghe della corruzione o delle colonizzazioni ideologiche, o le pretese autocratiche e le demagogie a buon mercato. La buona politica poiè al servizio della pace; essa rispetta e promuove i diritti umani fondamentali, che sono ugualmente doveri reciproci, affinché tra le generazioni presenti e quelle future si tessa un legame di fiducia e di riconoscenza “. Non basta però che la politica venga costruita su buone basi, occorre anche eliminare ciò che è in contrasto con la democrazia, con l’onestà, con la giustizia, in pratica i “ vizi “ della politica, che tutti conosciamo. Essi sono: la corruzione, nelle sue molteplici forme di appropriazione indebita dei beni pubblici o di strumentalizzazione delle persone; la negazione del diritto; il non rispetto delle regole comunitarie; l’arricchimento illegale; la giustificazione del potere mediante la forza o col pretesto arbitrario delle ragion di stato; la tendenza a perpetuarsi nel potere; la xenofobia, il razzismo; il rifiuto di prendersi cura della Terra, lo sfruttamento illimitato delle risorse naturali in ragione del profitto immediato . Ciò che offende i cittadini è soprattutto il palese, generale senso di ingiustizia, in cui ci tocca vivere. Non abbiamo un rapporto equo tra l’onestà, i sacrifici quotidiani della gente ed i risultati che ci dovrebbero essere. Abbiamo servizi poco efficienti, norme giuridiche e burocratiche spesso non efficaci, senza contare, sempre nel campo della giustizia, la lentezza e la mancanza della certezza della pena. Un aspetto della nostra vita politica che è stato affrontato superficialmente è la cosiddetta “questione morale “. Che cosa significa “questione morale” e come affrontarla? Scandali, ambigua contiguità tra partiti ed affari, hanno toccato ormai tutti gli schieramenti. Siamo arrivati ad una politica che ha spesso come prima regola quella di gestire il consenso in funzione del potere. Il punto essenziale è che la corruzione, il malaffare non sono accidenti ineluttabili. Non si pensi che la questione morale riguardi solo i parlamentari e politici accusati, indagati: quando non si agisce correttamente, con dedizione, con giustizia per l’interesse generale, si cade nella mancanza di moralità. Il fatto di non aver affrontato in primo luogo la “questione morale”, il non aver denunciato apertamente e dimostrato con i fatti che la politica è servizio, il non porre ora alla base delle decisioni assunte la giustizia sociale è la base che manca per risolvere i problemi dell’Italia. E’ ancora attuale la domanda di Tacito: a che servono buone leggi, se non ci sono buoni costumi? Che fare allora? Affrontare la questione morale significa trasparenza: nella scelta dei dirigenti e dei candidati, nella gestione degli appalti, nell’approccio con il mondo dell’imprenditoria e delle finanze; vuol dire eliminare i conflitti di interesse. Dobbiamo essere convinti che non esiste nessun dualismo tra etica e politica. Ritorna chiaro l’ammonimento di don Sturzo: “ la mia esperienza mi fa concepire la politica come satura di eticità, ispirata all’amore del prossimo… L’amore del prossimo in politica deve stare di casa… Il dovere di essere morali nella vita pubblica è superiore agli accorgimenti politici e alle misure di successo “. Dunque la politica concepita come servizio alla collettività, dentro alla sfera dell’etica, non potrà più essere percepita come un “ cosa sporca “, riacquista invece tutto il suo vero valore. La questione morale, se non risolta, produce ovviamente effetti negativi anche sul piano economico, basta osservare: 1) lo spreco di risorse pubbliche, 2) la scarsa competitività delle imprese, 3) l’evasione fiscale 4) le notevoli spese per opere inutili o mai terminate.

Non si tratta dunque di una questione astratta, ma della base necessaria per operare concretamente, con efficacia e giustizia. Per ottenere consensi spesso e volentieri chi governa o intende governare si propone come il partito “ del fare “, scordando che prima di fare bisogna pensare, programmare, avere presente le conseguenze di ciò che si mette in opera. Acquisire consenso elettorale è assolutamente legittimo, ma farlo danneggiando il Paese non è corretto. Non si può sbandierare come titolo di merito l’efficienza, se spesso tale efficienza è un pretesto per sottrarsi alle regole. Le denunce nei confronti di appalti illeciti, tangenti, truffe ci insegnano che non si possono creare poteri senza controlli, adducendo appunto a scusante l’apologia del “fare”, della celerità, della presunta concretezza. Il processo diventa tanto più grave, quando a tale sistema si affiancano leggi o norme atte e ad evitare i controlli. Nelle precedenti crisi gli italiani erano convinti che le vie di uscita si dovessero ricercare all’interno di una preliminare scelta di campo: la convergenza su valori ed obiettivi dell’Occidente. Oggi si punta sul sovranismo e sul mantra “prima l’Italia, prima gli “italiani” Lo stesso concetto di “popolo” assume un significato particolare: esso è divenuto di fatto l’antitesi del sistema democratico esistente e delle sue regole. Popolo è chi vota per il leader, non è più la nazione. La democrazia del voto è la democrazia tout-court. Ma la democrazia diretta, al momento, può essere concretamente vista anche come strumento di manipolazione del consenso: abbiamo l’appello diretto al popolo, che non si fida più dei politici, ma crede nel capo carismatico, che si proclama suo vero interprete. Il concetto di sovranismo e di suprematismo porta inoltre inevitabilmente alla violenza. Episodi di tale matrice già li abbiamo visti anche in Italia. Il suprematismo spinge ad agire, facendo leva sull’ignoranza e la propaganda sociale. Manca poi il fattore educazionale, che ha la sua base nella scuola e nella famiglia. Tale stato di cose, unite al rifiuto delle idee multietniche e tolleranti verso le diverse culture, sfociano nella violenza. E’ un panorama che dobbiamo tenere sotto controllo.

Mi sia concessa un’ulteriore riflessione: un diritto fondamentale dell’uomo, che purtroppo viene trascurato o dimenticato da chi governa, è il diritto alla felicità. Così come si deve lottare per sconfiggere la povertà, bisognerebbe riconoscere ad ogni uomo il diritto alla felicità. Di conseguenza è fondamentale costruire, come detto, un’altra cultura, quella della condivisione e del rispetto per gli altri e per l’ambiente. La ricerca della felicità è sempre stata nel pensiero dell’uomo e la troviamo annunciata come promessa e diritto nel Vangelo, la riscontriamo nei grandi pensatori, è propugnata dall’Illuminismo ed inserita come traguardo da raggiungere nella Costituzione di alcune nazioni, come quella americana. L’art. 3 della nostra Costituzione non cita apertamente la parola “felicità”, ma parla di “pieno sviluppo della persona umana”, di “rimuovere le disuguaglianze che la ostacolano” e tutto dovrebbe necessariamente portare al raggiungimento della felicità. Raggiungere la felicità terrena è quindi possibile, anzi “ un mondo migliore è possibile e doveroso”, sono le parole di papa Francesco. Se ci ponessimo come traguardo politico finale il raggiungimento della felicità, sarebbe più agevole, perché logico e collegato, il raggiungimento degli altri obiettivi. Quanto qui prospettato non è semplice teoria, che nulla ha a che vedere con il “ fare politica concreta “ sono proprio i giusti principi, la teoria, quelli che vanno tradotti in azioni, senza rincorrere l’avversario sul proprio terreno, strategia che abbiamo già visto essere sbagliata.

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