Il 17 giugno u.s. il Parlamento Europeo ha approvato il Regolamento rimpatri, che riguarda ovviamente i migranti e questo, nelle intenzioni dei legislatori europei, per rendere più rapide e coordinate le procedure di espulsione. Si attende ora il via libera del Consiglio dell’Unione perché il Regolamento entri in vigore. Diciamo subito che, se da parte di Bruxelles si presenta il Regolamento come strumento di coordinamento tra gli Stati membri, da parte delle organizzazioni per i diritti umani, associazioni della società civile e giuristi, lo si vede come un arretramento in tema di diritto di asilo e tutela dei diritti umani dei migranti. Tra le novità più rilevanti abbiamo l’ordine europeo di rimpatrio, il quale prevede che una decisione di espulsione adottata da uno Stato membro potrà essere eseguita direttamente anche negli altri Paesi. Uno degli aspetti più controversi riguarda però la possibilità per gli Stati UE di stipulare accordi con Paesi terzi per la creazione di strutture di detenzione amministrativa dove possono essere trasferite persone che hanno ricevuto un ordine di espulsione; questi centri inoltre possono essere utilizzati sia come luogo di transito, sia come destinazione finale dell’espulsione. Forti preoccupazioni sono suscitate dal fatto che, nonostante alcune garanzie formali ( conosciamo la loro efficacia ), diversi Paesi indicati come partner presentano gravi criticità sul piano del rispetto delle libertà fondamentali. Osservatori indipendenti hanno documentato violazioni sistematiche dei diritti umani. L’elenco dei Paesi annovera, ad esempio, anche Egitto, Libia, Tunisia, Ghana, Ruanda, Uzbekistan. La durata massima della detenzione può arrivare fino a 30 mesi, cioè più del doppio di quella prevista ora in alcuni Stati. Le norme potranno essere applicate anche a famiglie con figli. Questo punto ha suscitato contestazioni da parte delle associazioni che si occupano della tutela dell’infanzia: abbiamo il rischio effettivo di vedere bambini trattenuti per lunghi periodi all’interno di strutture detentive. Il regolamento prevede anche che si possano effettuare perquisizioni nel luogo di residenza degli stranieri o in ” altri locali pertinenti “. Questa dicitura, apparentemente innocua, può significare anche centri di accoglienza o persino servizi pubblici che prestano assistenza ai migranti, il che è grave. Consideriamo ora le critiche più pertinenti nei confronti del Regolamento presentate dalle principali organizzazioni della società civile. 1) rischio di espulsioni verso Paesi non sicuri e difficoltà di monitorare il rispetto dei diritti umani – 2) collegamento sempre più stretto tra immigrazione e sicurezza pubblica, col rischio concreto di alimentare l’idea che i migranti rappresentino automaticamente una minaccia – 3) la riforma UE si concentra quasi esclusivamente sull’espulsione delle persone senza documenti, senza prevedere strumenti per favorire percorsi di regolarizzazione, inclusione sociale o accesso al lavoro – 4) la paura di essere individuati potrebbe spingere molte persone ad evitare ospedali, servizi sociali o denunce contro situazioni di sfruttamento lavorativo. Da rilevare che la perdita del permesso di soggiorno può dipendere da situazioni temporanee, in questi casi l’applicazione di procedure di espulsione più rapide potrebbe inevitabilmente interrompere percorsi di integrazione costruite nel corso di anni. Dalla valutazione del Regolamento rimpatri emerge la fondata preoccupazione, condivisa anche dalla Commissione delle Conferenze episcopali in Europa e da molte organizzazioni della società civile, che lo stesso rischia di violare i diritti umani fondamentali delle persone in movimento e la loro dignità di esseri umani. Occorre affrontare il fenomeno migratorio unendo legalità, sicurezza e umanità e ciò grazie a vie legali di accesso. Finora non è stato fatto.

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